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Lo Zimbabwe sull'orlo del precipiziodi Crisoforo Zervos - 18 maggio 2008 Ormai il regime despota di Robert Mugabe sta portando lo Zimbabwe in una situazione che potremmo definire di non ritorno. Quasi come tutta l'Africa del Sud, che attraversa un periodo davvero non facile. Ormai il tenore di vita dello Zimbabwe è addirittura al sotto dei limiti della sopravvivenza. Il Pil si è più che dimezzato e le esportazioni sono ormai pari a zero. La politica e la giustizia sono sotto il giogo del governo, con l'opposizione schiacciata ed una stampa messa a tacere con la forza. Per un paese come l'ex Rhodesia, considerata fino ad un po' di anni fa come il granaio dell'Africa, questi dati lasciano davvero l'amaro in bocca. Un tempo era la cittadinanza sudafricana che cercava di scappare dal regime dell'apartheid per arrivare nella «terra promessa» di Mugabe, presidente dello Zimbabwe «democratico» e appena emancipato dai bianchi. Un paese ricco, dalle immense fattorie e che esportava in tutto il mondo grano, carne e tabacco. Oggi, invece, la grande fuga ha invertito la rotta, con i sudafricani pronti ad accogliere chi sta scappando dalla tirannia, strisciando sotto la spirale di filo spinato che separa per 240 chilometri l'ex Rhodesia dal Sud Africa. La grande fuga non è altro che lo specchio del fallimento storico di Robert Mugabe, l'ennesimo finto liberatore «africano» che viene scoperto per quello che è: un corrotto e schiavo del potere. Il rifiuto di rendere noti i risultati parlamentari e presidenziali del 29 marzo, con la notizia di questi giorni che il leader dell'opposizione, Tsvangirai, ha accettato per la prima volta pubblicamente di tornare alle urne, la dicono ormai lunga sullo stato della democrazia in questa regione. Questo vale certamente per il despota e tiranno Mugabe, ma vale anche per la popolazione, che in meno di trent'anni non ha dimostrato di sapere reggere il peso dell'indipendenza. La nazione modello, sognata dagli uomini di colore, ancora oggi reagisce attraverso il suo «imprinting»: una tribù che comanda - il partito Zanu (da 28 anni) - e tutti gli altri dominati. Era chiaro, fin dalla liberazione anti-coloniale, che il movimento Zanu non avrebbe mai concesso la minima apertura politica verso gli altri movimenti e partiti politici. Oggi il regime di Harare comanda su tutto e tutti. I giovani sono rimasti analfabeti ed egregiamente istruiti dal regime, oltre che irreggimentati dal «Servizio Giovanile Nazionale», una sorta di «elettroshock culturale» tramite settimane di lezioni ideologiche ben impartite ed addestramento da guerriglia. In cambio, un lavoro sicuro nello Stato allo scopo di far piazza pulita degli oppositori politici e dei sindacalisti. Una sorta di «braccio armato» dell'esercito, che fa il lavoro sporco. O si è del partito, oppure non c'è via di scampo dalla prigionia o, purtroppo, anche dalla morte. Circa tre settimane fa le chiese anglicana, cattolica ed evangelica avevano avvertito che qualora la comunità internazionale non fosse intervenuta ci sarebbe stato il rischio di un genocidio pari a quello del Ruanda. La campagna intimidatoria contro gli oppositori è già iniziata. Speriamo non si passi ai fatti. Per ora il mondo intero resta a guardare (tranne la Cina, «sorpresa» a mandare armi all'«amico» Robert), e anche l'Unione Africana per il momento non ha mosso un dito, evitando di intralciare uno Stato sovrano come lo Zimbabwe (linea che potrebbe far comodo anche per altri paesi africani nella stessa situazione politica). Ormai anche questo paese si può annoverare fra le numerose regioni che determinano l'instabilità africana, partendo dalla spiaggia algerina sul Mediterraneo, passando per il Chad, Sudan, Darfur, la Somalia, lo Zaire e l'Uganda. Intanto però Mugabe ha apparentemente deciso di non poter pretendere una vittoria ed il suo governo ha dichiarato che il leader dell'opposizione, Morgan Tsvangirai, ha vinto con il 47,9% dei voti, contro il 42,3% del partito Zanu. Ma poiché nessuno ha ottenuto il 50%, ora si andrà al ballottaggio, che, come già sottolineato in precedenza, è stato accettato dal capo dell'opposizione. Tsvangirai e il suo Movimento per il cambiamento democratic, hanno affermato di aver vinto con il 50,3% dei voti ed è proprio per questo che l'opposizione, ormai da settimane, è oggetto di attentati ed intimidazioni. Se il Sud Africa di Mbeki avesse ritirato il suo sostegno economico e politico al governo dell'ex Rhodesia, Mugabe avrebbe dovuto rassegnare le sue dimissioni ormai da lungo tempo. Ciò non è accaduto perché purtroppo Mbeki ritiene ancora valida una certa fedeltà al suo compagno anti-coloniale e, in un certo senso, ne sarebbe anche complice, chiudendo gli occhi un po' troppo spesso. Ma sarebbe questo il modo di liberarsi dal colonialismo? Ciò che Mugabe ha fatto per il suo paese è uno dei più grotteschi atti di falso governo che si siano mai visti. L'inflazione è talmente dilagante che i cittadini dello Zimbabwe evitano le banche portando i loro soldi in sacchi. Gli scaffali dei negozi sono vuoti; l'agricoltura, fiore all'occhiello della regione, è praticamente crollata; la criminalità messa in atto dalla popolazione (per fame) è dilagante e la rete elettrica non riesce a soddisfare il fabbisogno della gente. Che cosa potrebbe fare l'Occidente per sanare questo scempio? Lavorare, per esempio, con i leader africani dignitosi come Levy Mwanawasa dello Zambia, al fine di esercitare pressioni economiche e politiche sulle regioni più disagiate a causa dell'oppressione. Oppure minacciare di appellarsi alla Corte penale internazionale dell'Aia - esattamente come si fece per i leader della Serbia - se Mugabe continuasse a sovvertire i risultati elettorali. L'Occidente non può ormai più permettersi di stare fermo a guardare: urge davvero una ferma presa di posizione per una situazione che rischia, oggi più che mai, di degenerare in una catastrofe umanitaria senza precedenti. Crisoforo Zervos |
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Ragionpolitica, periodico on line n.263 del 13/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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