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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il paradosso delle elezioni in Serbia

di Erik Marangoni - 18 maggio 2008

Giornalisti di mezzo mondo hanno salutato l'esito delle elezioni in Serbia come una grande vittoria del blocco filo-occidentale del presidente Boris Tadic, come un segnale forte rivolto ai partiti nazionalisti che intendono fare del paese una succursale di Mosca. In realtà, pur avendo ottenuto un buon successo elettorale, la Lista per la Serbia europea di Tadic non è riuscita a raggiungere un risultato tale da sconfiggere chiaramente i nazionalisti del Partito Radicale serbo (SRS). I quali stanno pensando a un'alleanza con il partito del premier uscente Kostunica e i socialisti (tutti partiti che condividono la stessa visione nazionalista) per formare un nuovo governo, ovviamente contrario all'indipendenza del Kosovo e fortemente orientato alla Russia.

Osservati speciali di queste elezioni sono stati i cittadini serbi del Kosovo i quali, oltre che alle elezioni politiche in Serbia, hanno contemporaneamente votato alle elezioni comunali nei dipartimenti in cui il Kosovo è suddiviso. Ma mentre non ci sono stati particolari difficoltà per quanto riguarda le elezioni politiche (i serbi-kosovari hanno mantenuto il passaporto serbo), le consultazioni locali hanno sollevato un vero e proprio polverone in quanto organizzate da Belgrado come se il Kosovo fosse ancora parte integrante della madrepatria serba.

Com'era da aspettarsi la decisione di Belgrado non è stata ben accolta dagli organismi internazionali che amministrano il neo-costituito Stato del Kosovo. In particolare l'UNMIK (United Nations Mission in Kosovo) e il Rappresentante speciale del Segretario Generale Onu per il Kosovo, Joachim Ruecker, hanno aspramente criticato Belgrado e promesso di non riconoscere alcun rappresentante serbo eletto secondo un sistema in contrasto con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo perché l'UNMIK è, secondo la suddetta risoluzione, l'unica istituzione autorizzata a organizzare elezioni in ogni parte del Kosovo. Rimane ora da individuare quali saranno gli interlocutori che l'UNMIK ritiene «validi», dato che risulta difficile pensare di nominare rappresentanti privi dell'appoggio della popolazione serba del Kosovo. La posizione dell'UNMIK nei confronti delle elezioni locali nelle municipalità serbe del Kosovo è evidentemente ispirata dal timore che Belgrado possa sfruttare il voto popolare (tradottosi, com'era logico prevedere, in una partecipazione popolare molto più alta che nella madrepatria e in una schiacciante vittoria per i partiti filo- russi) per creare una qualche forma di amministrazione autonoma rispetto a Pristina e alle direttive delle istituzioni internazionali presenti nel paese.

La ripartizione del Kosovo in due entità separate e distinte, albanese e serba, già di per sé un elemento di fatto in Kosovo, verrebbe così sanzionata ufficialmente attraverso uno strumento, quello elettorale, che difficilmente può essere contestato in via di principio. La guerra del 1999 venne lanciata infatti per garantire al Kosovo un'esistenza libera e democratica, dopo gli anni del brutale dominio di Milosevic. Risulta quindi difficilmente comprensibile il motivo per cui tale diritto debba essere negato alla componente serba della popolazione kosovara. Anche il richiamo, fatto dall'UNMIK, al rispetto della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha un sapore beffardo per i serbi nella misura in cui essa stabilisce che il Kosovo venga posto sotto l'amministrazione provvisoria dell'Onu, ma nel quadro del rispetto dell'integrità territoriale della Federazione jugoslava. Risulta perciò azzardato richiamarsi alla legittimità di una risoluzione quando la stessa è già stata violata palesemente attraverso la concessione dell'indipendenza al Kosovo.

! Erik Marangoni
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