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numero 280
6 marzo 2008
 
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Vuoi vedere che questa volta le riforme si fanno davvero?

Dopo mezzo secolo di riformismo istituzionale frustrato, oggi si concretizza la reale possibilità di modernizzare regole e architettura del Paese

di Filippo Salone - 18 maggio 2008

In Italia esiste una storia parallela e sovrapposta a quella di tipo manualistica che si può apprendere sui banchi di scuola ed è la storia delle riforme mancate. È una storia, quest'ultima, ricca di date e tentativi in cui puntualmente si vedeva sfumare in prossimità del traguardo, causa la scarsa lungimiranza delle diverse classi dirigenti al potere, la possibilità di innovare il nostro sistema politico istituzionale e quindi di modernizzare l'architettura fondante del Paese. Dopo il patto costituzionale del ‘48 il «mantra» dell'intangibilità della Costituzione si è perpetuato per oltre cinquanta anni, consolidandosi in maniera sacrale ogni qualvolta i diversi propositi di riforma finivano per essere sacrificati all'interesse del partito o del leader di turno.

Questa sorta di «second life» costituzionale della Repubblica ha origine grosso modo con il progetto di Grande Riforma lanciato da Bettino Craxi. Il leader socialista sul finire degli anni Settanta con un intervento sull'Avanti, propose una Riforma della Costituzione sostanzialmente ispirata a principi di presidenzialismo e, in ogni caso, volta a ricondurre il regime parlamentare sui binari della razionalizzazione istituzionale, in modo da superare definitivamente le prospettive di più ampio respiro che Moro aveva incominciato ad abbozzare già con le riflessioni sul biennio '68-'69 e che si erano infine tradotte nella stagione del Compromesso Storico.

Pilastri dell'agenda istituzionale per il segretario del Psi erano già allora l'introduzione dell'elezione diretta del presidente della Repubblica e la riforma dei regolamenti parlamentari per rendere più incisiva l'azione del governo. Sulla scia dell'impulso craxiano tutto il decennio Ottanta ha finito così per presentare interessanti suggestioni riformiste che, tuttavia, per motivi di debolezza del sistema, congeniti e contingenti allo stesso tempo, si rivelavano ben presto come promesse tradite. La sterilità dei lavori della Commissione Bozzi e l'affossamento del decalogo Spadolini, entrambi volti a far evolvere il sistema politico istituzionale in una ratio di gradualità riformatrice, celavano il rifiuto dei partiti tradizionali verso il rinnovamento ed in genere verso qualunque riforma sistemica suscettibile di scalfire la propria rendita di posizione nel regime parlamentarista. Di seguito, malgrado il varo con il I Governo De Mita di alcune significative, allorché limitate, innovazioni nelle procedure parlamentari come l'introduzione delle corsie preferenziali e dei tempi contingentati, e registrata l'iniziativa dello stesso leader Dc di una Bicamerale, che rendeva merito alle elaborazioni di Roberto Ruffilli, per un'intesa di legislatura che salvaguardasse le funzioni dell'esecutivo, sarebbe intervenuto il definitivo sfarinamento del sistema dei partiti ormai sempre più autoreferenziali a congelare ogni proposito di riforma istituzionale.

Il filone e l'iniziativa riformista, pertanto si traslava dall'arena parlamentare e quella della società civile con l'attivismo referendario e la scesa in campo di Silvio Berlusconi che in rapida successione avevano l'effetto di modificare la legge elettorale in senso maggioritario e di ribaltare l'assetto consociativo in un tendenziale bipolarismo. Ma anche dopo queste chiare evoluzioni della costituzione materiale in direzione di una maggiore investitura dei governi e di una piena legittimazione delle loro funzioni esecutive, col naufragio della Bicamerale D'Alema le assemblee elettive, riflettendo le aspre contrapposizioni politiche ed una paralizzante frammentazione al loro interno, certificavano ancora una volta l'annosa riluttanza del Paese alla modernizzazione istituzionale.

Oggi, dato merito alla coraggiosa scelta di Walter Veltroni di aver investito sulla «vocazione maggioritaria» del neonato Partito Democratico, e all'indomani della nuova affermazione di Silvio Berlusconi che va a chiudere nel migliore dei modi una transizione virtuosa nell'origine ma vischiosa nel suo sviluppo, si staglia nella storia italiana l'opportunità di un quadro politico compiuto e razionalizzato perfettamente in grado di scaturire quell'esigenza di governance moderna e funzionale che diviene ogni giorno sempre più ineluttabile. L'appeasement post-elettorale e il dialogo tra i due maggiori «leader» fa così intravedere dopo mezzo secolo di tentativi mancati l'agognato traguardo delle riforme istituzionali.

Filippo Salone

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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