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Né vincitori né vinti

di Alexandra Javarone - 21 maggio 2008

Il partito filoeuropeo di Boris Tadic, uscito vittorioso dall'ultima tornata elettorale, dopo aver raccolto la maggioranza dei consensi (38,5%), «non possiede i numeri per garantire stabilità al governo». I principali istituti demoscopici, che avevano previsto la vittoria dei radicali (fermi al 29% delle preferenze), smentiti dal risultato, fanno menzione ad un «repentino cambio d'umore elettorale», dovuto, con ogni probabilità, alla recente introduzione dell'accordo di Associazione e Stabilizzazione (ASA), sottoscritto proprio a pochi giorni di distanza dalle elezioni. Percepito alla stregua di un segnale positivo, accompagnato, presumibilmente, dalla semplificazione del regime dei visti, ha reso nuovo vigore alle speranze della popolazione serba nei confronti dell'inospitale Europa. Secondo i media, insomma, la Serbia «a fronte del rinnovato interesse europeo, oppressa da un profondo ricordo di morte e dolore assieme all'isolamento internazionale e la conseguente povertà, che la guerra le ha procurato, non avrebbe mai potuto optare per il nazionalismo, non coscientemente quantomeno». Immediato, a seguito «della sorprendente ed inaspettata scelta serba», era giunto il plauso delle cancellerie europee, ma gli studiosi invitavano fin dal primo istante al realismo, specificando che «nessuna delle forze in campo possiede i numeri necessari per garantire effettiva stabilità all'esecutivo», rimarcando, inoltre, quanto l'unico dato reale, in possesso ad istituti demoscopici e studiosi, fosse la sola «ingovernabilità».

Il partito proeuropeo, con 102 seggi, è, di fatto, ben lontano dal marcato limite della maggioranza (posto a quota 126). Un'alleanza con le minoranze (quella degli ungheresi, ad esempio) potrebbe garantire solo pochi punti di vantaggio (109 in totale), condannando, nella sostanza, il Paese ad un'ulteriore crisi di governo. Al governo sarà concesso un periodo di tre mesi, se entro lo scadere di dato termine la maggioranza non avrà saputo trovare un accordo l'unica possibilità resterà quella di tornare alle urne. Allo stato attuale l'unica soluzione parrebbe esser rappresentata da un'eventuale alleanza con il Partito Socialista serbo (SPS), la cui indelebile memoria è indissolubilmente legata a Slobodan Milosevic. Fronte nazionalista ed europeista si contendo allora l'alleanza del Sps, pedina fondamentale per dar vita ed origine ad un'intesa stabile sia a livello nazionale che locale.

Dopo l'ultima riunione, il direttivo del Partito socialista, conscio del rinnovato potere, s'appresta a dar vigore al così chiamato «ricatto delle minoranze», indeciso, come si conviene, fra l'una o l'altra coalizione, pone i cinque principi fondanti della propria politica: «Difesa interessi nazionali, giustizia sociale, sviluppo economico, lotta alla corruzione, alla criminalità ed integrazione europea». Insomma, quasi si trattasse di un ennesimo scherzo del destino, teso a rammentare alla smemorata Europa l'incombenza di un atroce passato, oggi sarà proprio il Partito Socialista a far propendere l'ago della bilancia politica serba.

L'ottimismo, scaturito dalle ultime elezioni per la vittoria dei filoeuropei, ed anche la fragile stabilità entro i cui confini si svolgono oggi le concertazioni, non son altro che calma menzognera, secondo gli analisti, che condannano la Comunità Internazionale e l'Unione, perché colpevoli d'aver fatto una sorta di distratto richiamo «alla riconciliazione», senza rammentare quanto davvero fosse grave il pericolo della propaganda nazionalista che tuttora separa la Serbia, seguendo un'unica rotta balcanica: la divisione fra futuro e passato, fra pacifiche ipocrisie europeiste, che hanno segnato un nuovo confine nell'Europa «senza confini», e detestabili nostalgie mitologiche, risalenti al 1389, le stesse che proprio Milosevic richiamò nel 1989 durante la commemorazione del seicentesimo anniversario dalla battaglia di Kosovo Polje. La chiave del futuro serbo è, allora, nuovamente nelle mani del partito socialista e delle sue logiche di coalizione, matematiche di potere, le cui sommatorie e sottrazioni potrebbero presto dar nuova vita all'aberrante mistificazione politico-mitologica.

Alexandra Javarone

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