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L'approccio «federalista» al debito

Perché è necessario da subito un grande patto tra centro e periferia per sanare debito e spesa pubblica

di Letizia Zingoni - 21 maggio 2008

Un episodio recente, riportato con intensità più o meno ampia dalla carta stampata nostrana, può aiutare a capire gli sforzi a cui sarà chiamato da subito (Consiglio dei ministri di mercoledì a Napoli) il nuovo governo. L'episodio è rappresentato dalla storica sentenza n. 102/2008 della Corte Costituzionale, con la quale la Consulta ha dichiarato incostituzionale - oltre che in contrasto con la normativa comunitaria - la più cervellotica tassa istituita negli ultimi tempi, cioè la «tassa sul lusso». Ideata con una legge regionale sarda, essa stratassava i proprietari non residenti di seconde case situate sul mare. La Corte ha in specie stabilito che il tributo crea un'ingiustificata disparità di trattamento tra cittadini sardi e non. La Regione dovrà restituire a quasi 37 mila contribuenti circa 30 milioni di euro.

La sentenza si può leggere su più di un piano. Il primo, inevitabilmente, è quello della legittimità giuridica. Qui Soru ha dato prova di poca abilità, visto che è stato smontato con poche e chiarissime argomentazioni dalla Corte. Un altro piano di lettura, meno immediato ma forse più rilevante dell'episodio contingente, è quello politico-economico. E', per intenderci, il piano su cui al momento si annodano alcune delle grandi contraddizioni della nostra economia. L'Italia - ricordiamolo - è terra di grandi asimmetrie: è un paese in cui il debito pubblico è nazionale ed il patrimonio pubblico è locale; in cui il debito è sul mercato ed il patrimonio è fuori dal mercato statale; in cui il prelievo fiscale (che genera entrate) è per lo più statale e programmato mentre la spesa è locale e dispersiva nelle mani dei governi periferici (Regioni, Province e Comuni). All'effetto inevitabile, all'effetto «colabrodo», hanno provato a rispondere anche Comuni e Regioni, facendosi di volta in volta Erario, e inventando tributi e balzelli per finanziare le proprie voci di spesa. Anche Soru ci aveva provato con la sua «fiscalità creativa», ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: un disastro.

Quale, allora, la risposta adeguata? Un meccanismo per collegare tra loro il debito centrale dello Stato con gli assets periferici: un patto che coinvolga Regioni, Province e Comuni, per uno Stato che non condanni i risparmiatori ed incentivi gli investitori. Non più, insomma, soldi ed energie spese ad ideare demoniache voci di spesa qualificate come indici di capacità contributiva. Le parole d'ordine adesso sono: eliminare gli sprechi e creare un mercato per i nostri assets, generando valore. Queste - e non altre - le inevitabili premesse.

Quanto alle modalità tecniche per realizzare il «patto», poi, sono a confronto teorie diverse tra loro. Una prima teoria, nota da tempo e arci-citata, è il cosiddetto «piano Guarino», dal nome del suo ideatore. Prevede il conferimento ad un superfondo dei soli attivi dello Stato centrale, con la mobilitazione di una cifra superiore a 400 miliardi di euro. Cifra, questa, da portare interamente a riduzione del debito pubblico. Più nel dettaglio, la parte mobilitata inizialmente dovrebbe essere rappresentata da 100 miliardi di flottante (partecipazioni, oro della Banca d'Italia, crediti d'imposta). Il resto dovrebbe essere costituito dalle locazioni pagate dalla PA, assieme agli altri utili e rendite. Allo stato attuale delle cose, il piano Guarino sarebbe però inevitabilmente penalizzato da almeno due fattori. Il primo: la crisi bancaria e il concomitante calo del mercato immobiliare che configurano un rischio «svendita». Il secondo (e concettualmente più pericoloso): i proventi realizzati con la maxi-operazione sarebbero «slegati» dalla spesa pubblica.

Una proposta alternativa - sbozzata con la solita genialità da Geminello Alvi sulle pagine de Il Giornale nei mesi scorsi - è quella di un «approccio federalista al debito». Si concretizzerebbe nel conferimento agli Enti locali di una quota consistente di debito pubblico, da «ancorare» agli attivi in loro possesso. In questa maniera lo Stato ridurrebbe il debito in modo articolato, coinvolgendo gli Enti locali e proponendosi obiettivi di riduzione della spesa oltre che del debito stesso.

Letizia Zingoni

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