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6 marzo 2008
 
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L'Africa sceglie la Cina?

di Anna Bono - 21 maggio 2008

Se le sue parole sono state riportate correttamente, il Vice Ministro delle risorse minerarie della Repubblica Democratica del Congo, Victor Kasongo, in occasione della firma di un contratto da nove miliardi di dollari con la Cina, ha affermato che i suoi connazionali, grazie a Pechino, ricaveranno finalmente benefici dalle loro immense ricchezze naturali, dopo due secoli in cui «hanno scavato, ma solo per vedere i minerali andarsene dal paese», senza che le potenze straniere mantenessero mai le promesse di portare in cambio scuole, strade e acqua. Per fare dichiarazioni del genere ci vuole un bel coraggio e tutta la faccia tosta di chi è abituato a dire qualsiasi cosa senza che nessuno osi contraddirlo.

Dall'indipendenza (1960) a oggi non un grammo dei preziosi minerali di cui il sottosuolo dell'ex Zaire è incredibilmente ricco ha infatti lasciato il paese senza essere in qualche modo pagato a qualcuno. Il problema è a chi sono andati i proventi delle attività estrattive. Fino al 1997, quando fu costretto a lasciare il potere, se ne è appropriato senza ritegno e senza limiti Mobutu Sese Seko, il più ricco dei dittatori africani, insieme alla sua corte di parenti e clienti. Negli anni '90 si era calcolato che la sua famiglia disponesse di un miliardo di lire italiane al giorno come «argent de poche»: per le piccole spese. Soddisfatti poi tutti i lussi più stravaganti, e pagati gli ingenti costi di mantenimento e approvvigionamento delle milizie private necessarie alla sicurezza del dittatore e dei suoi fedeli, restavano abbastanza soldi da accumulare di anno in anno un patrimonio finanziario e immobiliare sontuoso. Intanto scuole, strade, ferrovie, acquedotti, ospedali, uffici postali, tutto l'apparato e le infrastrutture costruiti in epoca coloniale andavano in malora. Negli ultimi anni Mobutu neanche pagava più gli stipendi ai pubblici dipendenti inducendoli a vivere di espedienti e di estorsioni ai danni della popolazione che avrebbero dovuto servire. Ciononostante la cooperazione allo sviluppo bilaterale e multilaterale lo inondava di aiuti umanitari, di finanziamenti per attività produttive, servizi e infrastrutture, e per assicurarne il funzionamento e la manutenzione, senza tuttavia riuscire a evitare che anche le nuove realizzazioni man mano, se cedute all'amministrazione locale, facessero la stessa fine di quelle dell'epoca coloniale.

Si badi bene che le condizioni dei prestiti concessi erano e sono tuttora favorevolissime: diversi anni di grazia prima di iniziare la restituzione dei capitali, interessi irrisori, tempi lunghissimi, a volte decenni, per saldare il debito. Come se non bastasse, molti debiti sono stati cancellati e inoltre, nel frattempo, si sono concessi altri finanziamenti a titolo di dono. A tutto ciò va aggiunto l'incalcolabile ammontare di risorse finanziarie, umane e tecnologiche offerte, senza nulla chiedere, dal volontariato laico e religioso a cui si devono migliaia di iniziative di assistenza e sviluppo di piccole e medie dimensioni che hanno salvato la vita a centinaia di migliaia di congolesi.

Dopo Mobutu, la situazione non è migliorata e la complessa «guerra di successione» seguita alla sua scomparsa è costata la vita a circa quattro milioni di persone, torturate, uccise, persino costrette a forza ad atti di cannibalismo, dagli eserciti dei leader che si contendevano il potere; oppure morte di stenti e disperazione mentre quegli stessi leader riscuotevano milioni di dollari dalle concessioni minerarie dei territori da loro controllati con le armi, tanto certi del loro diritto di usare a discrezione le ricchezze nazionali da risentirsi allorché nel 2003 le Nazioni Unite protestarono per il saccheggio in atto: «I congolesi possono fare ciò che vogliono del loro paese - risposero rifiutando di collaborare con la commissione d'inchiesta istituita dall'Onu - e poiché le sue risorse appartengono a loro non si può parlare di saccheggio».

Adesso che gli organismi internazionali e i governi occidentali si sono decisi a porre delle condizioni ai finanziamenti - garanzie di buon governo, democrazia, rispetto dei diritti umani, lotta alla corruzione - non pare vero agli africani di trovare nuove fonti a cui attingere senza dover rendere conto di come si comportano e anzi accampando la sempre efficace scusa del diritto alla dignità e al rispetto, come ha fatto di recente il governo ugandese: l'Occidente «pensa di poterti dire come condurre i tuoi affari solo perché ti aiuta, queste condizioni sono magari ben intenzionate, ma umilianti». Ben venga la Cina, dunque, e con essa, altrettanto disattenti a questioni di democrazia e trasparenza, India e stati arabi produttori di petrolio. I governi africani rimproverano all'Europa di aver «fallito in pieno ogni tentativo di comunicare con loro». È difficile, in effetti, per un governo democratico dialogare con successo con delle dittature. Non vi è dubbio che ci riusciranno meglio le «democrazie imperfette» e i governi autoritari che si sono affacciati sulla scena.

! Anna Bono
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Ragionpolitica, periodico on line n.264 del 20/5/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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