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Il giustizialismo ideologico di Di Pietrodi Francesco Pasquali - 21 maggio 2008 Il voto della fiducia alle Camere ha registrato una novità ed una conferma. La novità consiste nell'avvio della nuova fase di dialogo cui ha dato impulso Berlusconi e a cui il principale partito d'opposizione, il Pd per bocca di Veltroni, sembra aver dato una risposta positiva. La conferma è rappresentata invece da Di Pietro. Infatti, ad un approccio politico che subordina gli interessi di partito alla risoluzione dei reali problemi del Paese, il leader dell' IDV reagisce con il solito giustizialismo ideologico. Di fronte all'elenco delle priorità e degli step necessari per realizzare le riforme strutturali, ormai improrogabili, l'ex pm cita la solita, smunta, disamina della storia giudiziaria del suo avversario. Con tutto questo, Di Pietro è rimasto uno dei pochi ultimi giapponesi che difendono un giustizialismo forcaiolo che è stato definitivamente cancellato dagli elettori dopo 16 anni. Lui è l'anima parlamentare di ciò che Travaglio è il volto televisivo: il vedere nelle istituzioni il marcio, collocando tutto il malcostume nella persona che, paradossalmente, vuole più fervidamente combatterlo. L'ex pm, in questo modo, si pone al di fuori di un dibattito politico volto a realizzare in maniera condivisa le misure più urgenti per migliorare la vita dei cittadini. Le ultime elezioni hanno dimostrato che quella dell' «indignazione civile» girotondina è una tendenza sfumata per un motivo molto elementare: i cittadini hanno voltato le spalle al giacobinismo militante. E' infatti da quattordici anni che la leadership di Berlusconi non è mai stata scalfita, nonostante gli agguati giudiziari dalla puntualità svizzera. Nonostante la sinistra si sia presentata con quattro candidati premier diversi, ma senza mai dare una formula politica convincente agli elettori. I nuovi presupposti della vita democratica non possono prescindere dall'abbandono di una fase che ha visto la sinistra italiana autoescludersi da un dibattito politico serio, confinandosi nell'ostilità manichea verso Berlusconi e i suoi elettori. E' ovvio che potranno verificarsi delle contrapposizioni, che a tratti potrebbero anche essere aspre, ma è significativo il fatto che il Pd abbia voluto scrollarsi di dosso la zavorra forcaiola concepita per un quindicennio come scorciatoia per il potere ma che ha sempre bloccato l'evoluzione politica della sua classe dirigente. Ora, Di Pietro è destinato a rimanere un fenomeno di nicchia. Un fenomeno buono per gli slogan, una reiterazione eterna del grillismo fine a se stesso per qualche sfogatoio di piazza. Ma non potrà mai essere protagonista dell'imminente stagione per le riforme. La storia, soprattutto quella italiana, ha dimostrato molte volte che l'odio sociale non porta a nulla, e che il bene del Paese non può farsi dividendo i cittadini in «buoni» e «cattivi» alimentando continuamente la cultura del sospetto.
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Ragionpolitica, periodico on line n.264 del 20/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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