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Travagli kafkiani...

di Francesco Natale - 22 maggio 2008

L'Italia è un paese strano e meraviglioso allo stesso tempo. Presenta una tale varietà di paesaggi, situazioni, persone, contraddizioni da sembrare quasi l'indice analitico di un'enciclopedia universale. Un paese dove la passione per la politica si respira ancora tangibilmente, a fianco magari ad un diffuso qualunquismo, un paese dove «new age» e «new economy» non sono riuscite, grazie a Dio, a penetrare più di tanto nel tessuto sociale, nella trama del quale sono invece ancora intessuti evidenti afflati tradizionalisti, come la faziosità, caustica e romantica ad un tempo, che contrappone pisani e livornesi, laziali e romanisti, «gaypridisti» e «familidaysti», Pepponi e Don Camilli e, ovviamente, giustizialisti e garantisti. Riguardo all'ultimo punto possiamo rilevare un ulteriore elemento tipicamente italico: la cultura della rimozione, ovvero la scarsa capacità di fare, criticamente, i conti con la propria storia recente. Accadde nei confronti della Resistenza prima, degli anni di piombo poi, del manipulitismo e del feticismo giudiziario oggi.

E' più forte di noi: riaprire, scorrendole in rewind, le pagine buie e dolorose della nostra storia non ci piace, ci annoia, ci disturba. Ma, oltre alla differenza di approccio giuridico-filosofico che separa garantisti e giustizialisti, è lecito sostenere a parer mio una differenza di carattere psicologico. In alcuni casi, forse, addirittura di carattere psichiatrico. Non si tratta più solamente di sostenere che la tempesta giudiziaria degli anni Novanta sia stata il cavallo di Troia con cui la sinistra è riuscita ad insediarsi alla guida del paese piuttosto che, dal punto di vista giustizialista, considerarla invece come il lustrale lavacro di cui il paese necessitava per liberarsi dal malcostume politico. Non si tratta più di rivalutare o ridemolire la memoria di Bettino Craxi, dell'establishment democristiano o del Pentapartito.

C'è un fattore drammaticamente nuovo che emerge, chiaro e lampante, nell'approccio post-giustizialista. Un qualcosa di poco definibile che sta a metà tra Kafka e Marat: l'idolatria nei confronti del potere giudiziario, ovvero una sorta di sindrome di Stoccolma, tale per cui il post-giustizialista d'assalto non vede l'ora di essere giudicato innocente dall'oggetto del proprio feticismo (elemento kafkiano) coniugato alla libido da «auto da fe», ovvero la smania di promuovere una sequela infinita di bagni di sangue giudiziari ai quali assistere, compiaciuto, come un saprofago dall'appetito insaziabile (elemento maratiano... E a tal proposito non ringrazieremo mai abbastanza il virile coraggio di Carlotta Corday che pose fine all'esistenza dell'«Amico del Popolo» Marat).

Così, mentre il garantista diffida, e con ragione, di un apparato legislativo pletorico, contraddittorio e ridondante, le cui smagliature si prestano ad abusi talvolta esiziali per il cittadino comune (non solo e non tanto per il politico, il commendatore o il manager di grido, ma per tutti i consociati), diffida, e con ragione, di un terzo potere dello Stato troppo spesso inefficiente, ideologicamente spurio, le cui decisioni sembrano talvolta teleologicamente volte a conseguire visibilità e influenza in maniera non esattamente legittima, il post-giustizialista si sente rassicurato e vezzeggiato dal moloch giudiziario del quale è ierofante, contempla estasiato il paradosso anti-giuridico rappresentato dalle nostre leggi come Mosè contemplò estasiato le Tavole della Legge sul Sinai, vede nell'Uomo solo un fenomeno sociale, al quale il patentino di umanità e dignità può essere eventualmente conferito solo dall'autorità ultima, che non è, al limite, Dio, bensì un giudice.

Ora, in tutta sincerità, quanta fiducia e quanto credito possiamo attribuire a chi ha sostituito, freudianamente verrebbe da dire, Dio con un magistrato? E quanto dovremmo fidarci di un magistrato che si sente Dio?

! Francesco Natale
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