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Il dibattito sulla supremazia occidentaledi Benedetta Mangano - 22 maggio 2008 Ogni tanto esce una nuova grandiosa tesi, che cattura l'attenzione di tutti e stimola l'immaginazione. Almeno fin quando non viene smentita dagli eventi o da un'altra tesi, più nuova e più plausibile. In questo periodo la tesi in voga nei think tanks politici, nelle università, negli uffici editoriali, nei centri di conferenze internazionali, è quella secondo cui l'era del predominio globale dell'America è giunta alla fine. Nuovi poteri, come Cina, India e Russia sono pronti a prenderne il posto. Una tesi che circola tanto negli Stati Uniti quanto al di fuori. Bisogna ammetterlo, l'attuale crescita economica della Cina - e anche di Russia e India - è davvero impressionante. L'esperto di relazioni internazionali Parag Khanna, nel suo The Second World, ci informa allegramente che l' «Asia determinerà il destino del mondo. L'Occidente non è più padrone della propria sorte». Eppure ci sono valide ragioni per essere scettici riguardo queste previsioni. Le statistiche economiche relative ad autocrazie come la Cina sono notoriamente inaffidabili: basti pensare alle previsioni di dieci anni fa riguardo l'imminente dominio globale del Giappone. Tutto ciò non toglie che siano in atto trasformazioni di grande rilievo. E i cambiamenti, come sempre accade, sono oggetto di diverse valutazioni. C'è chi intravede il sorgere di grandi opportunità, da inserire nel sistema attuale. E' il caso di Fareed Zakaria, giornalista del Newsweek International, che nel suo libro The Post-American World si sofferma non tanto sul declino dell'America, quanto piuttosto sulla crescita di tutti gli altri. Nuove potenze che potrebbero entrare nella cornice delle istituzioni internazionali - G8, Fondo Monetario Internazionale, WTO. Visione ottimistica dunque, che va subito a scontrarsi con quella espressa da Robert Kagan, analista politico che ha appena scritto The Return of History and the End of Dreams: è imminente lo scontro tra la costellazione delle democrazie e la nuova forza delle ricche autocrazie. Per proteggersi il Nuovo Mondo dovrà dimostrare di avere spina dorsale e abilità militari. Zakaria dal canto suo continua ad esprimere argomenti positivi. E' convinto che il capitalismo globale sia stato un enorme successo: senza minacciare le culture locali, come molti temevano, la globalizzazione ha rappresentato piuttosto un bene per le diversità culturali. Un problema esiste, e Zakaria non lo nega. «Se cresce l'economia, cresce anche il nazionalismo». Questo è evidente in Russia. Ed oggi anche in Cina, dove parlando con i giovani imprenditori si ha la sensazione «di trovarsi a Berlino nel 1910». Eppure il giornalista indiano tende a credere che alla fine prevarrà il calcolo razionale. I cinesi sono pragmatici per natura. Non tarderanno a comprendere come sia nei loro stessi interessi inserirsi nell'ordine globale liberale. Gli Stati Uniti sono ancora classificati dal World Economic Forum come «l'economia più competitiva al mondo». Per Zakaria ciò che occorre agli americani per non perdere il primato, è una profonda conoscenza del mondo esterno, attraverso una politica che preveda il dialogo con i leader stranieri. Niente ramanzine o lezioni dall'alto. E nessuna illusione di poter andare avanti da soli. In fondo le nuove potenze si mostreranno pronte alla «consultazione, alla cooperazione e persino al compromesso». Assolutamente discordante è l'opinione di Kagan. Innanzitutto il pragmatismo dei cinesi è profondamente limitato. I loro leader hanno un «complesso insieme di credo ideologici, riguardo il governo e la società. Sono convinti che il caos e l'incertezza della democrazia rappresenterebbero una grave minaccia per la loro nazione. Credono nell'autocrazia». Come potrebbero dunque inserirsi facilmente nelle istituzioni economiche democratiche? Kagan considera i liberali dei sognatori, convinti che le nazioni si comporteranno in modo adeguato una volta entrate a far parte di un ordine razionale del mondo, dove tutti possono perseguire i propri interessi liberamente, entro una cornice internazionale di comune accordo. La loro delusione sarà profonda, secondo Kagan. Il mondo reale è ben diverso, inestricabilmente connesso alla natura umana. E' animato da quello che gli antichi greci chiamavano thumos, «la prontezza e la ferocia in difesa di clan, città, e stato». Qui risuonano frasi come «destino nazionale», plasmate dalla storia e dal sangue. Una politica globale di espansione, persino aggressiva, rientra dunque perfettamente nella tradizione americana e nell'essenza del patriottismo degli Usa. E' bene, però, che gli Stati Uniti e le altre democrazie si concentrino ora su una sola domanda: come contenere le nuove potenze autocratiche? Senza dubbio, paragonati a Cina e Russia, gli Usa vantano ancora una schiacciante superiorità militare. Ma, Kagan ne rimane convinto, il modello della Cina contemporanea è quello che risulta vincente: uno sviluppo economico basato sul connubio tra un'economia sempre più aperta e un sistema politico chiuso. Un affascinante esempio per moltre altre nazioni. Non a caso, in alcuni paesi asiatici il successo economico cinese rafforza la convinzione che la democrazia rappresenti ormai un'antiquata idea occidentale, senza speranze. Persino l'americano Parag Khanna, come accennato, è incline a tale visione. La democrazia non esercita alcun fascino ad Est, anche perché «molti paesi asiatici sono attualmente guidati da grandi leader». Khanna crede nel futuro di un'Asia potente e unita, una sorta di revival della Greater East Asian Co-Prosperity Sphere del Giappone in tempi di guerra, ma questa volta sotto il tetto della Cina. Probabilmente, però, dimentica le enormi difficoltà del Sud asiatico per il suparemento di ostilità regionali e differenze politiche. Per non parlare della rivalità tra Cina e India. L'India del resto è una democrazia da quasi 60 anni ormai. E le sue relazioni con gli Usa sembrano in costante miglioramento - quasi un simbolo è il patto nucleare del 2006. Per anni i rapporti sono stati gelidi, ma alla fine della Guerra fredda le cose sono cambiate: l'India , tra l'altro, oggi ha bisogno degli Stati Uniti come contrappeso alla potente Cina. Le previsioni di dominio globale di queste nuove potenze si basano essenzialmente sull'incredibile crescita economica. Ma dimenticano problematiche dal peso schiacciante. La Cina deve fronteggiare la questione demografica e la potenziale catastrofe legata ai problemi ecologici. La Russia vede dipendere totalmente il suo futuro benessere dal prezzo del petrolio. L'India deve fare i conti con il suo confuso sistema democratico. E l'armonia che dovrebbe regnare tra tutti i paesi asiatici è seriamente minacciata dai conflitti su Taiwan, Corea del Nord, Tibet e Kashmir. La Cina teme che il Giappone possa divenire una potenza nucleare, e tenta in ogni modo di bloccarne l'ascesa. Nel frattempo si scambia con la Russia occhiate sospettose e cariche di tensione, attraverso il confine siberiano. E i Sud-coreani, insieme ai paesi dell'Asia meridionale, si trovano in gran difficoltà tra un Giappone democratico di cui non si fidano affatto, e una Cina autocratica che devono contenere con prudenza. La conclusione sembra a questo punto evidente. L'unica nazione la cui presenza riesce a garantire ancora un minimo di stabilità nel mondo asiatico è quella stessa nazione su cui i più puntano il dito per perdita d'influenza: gli Stati Uniti d'America. Magari i cinesi possono essere infastiditi dal numero di basi americane in Giappone e Corea del Sud, ma le preferiscono comunque ad un Giappone con forniture nucleari. La presenza militare americana rappresenta una fonte di sicurezza, cui gli asiatici non sembrano ancora pronti a rinunciare. Eppure per quanto ancora gli Usa possono giocare questo ruolo? L'Est asiatico deve saper affrontare le proprie responsabilità nella sicurezza nazionale. Lo stesso vale per gli europei, come dimostrato chiaramente dal conflitto dei Balcani. Benedetta Mangano |
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Ragionpolitica, periodico on line n.264 del 20/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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