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Cina: le incognite del dopo-terremotodi Stefano Magni - 22 maggio 2008 Sarebbe forte la tentazione di dire che il regime cinese è cambiato, dopo il terribile terremoto (di magnitudine 8 sulla scala Richter) che ha devastato intere contee della regione del Sichuan, il 12 marzo scorso. Sembra quasi un segno del destino. Dopo le polemiche delle associazioni di difesa dei diritti umani contro Olimpiadi giocate nella più grande dittatura del mondo, dopo la giusta indignazione dell'opinione pubblica mondiale di fronte alla repressione nel Tibet, dopo gli appelli al boicottaggio almeno della cerimonia di apertura di Pechino 2008, ai quali avevano aderito sempre più leader del mondo democratico, le 71.000 vittime del terremoto cinese (tra morti, dispersi e sepolti sotto le macerie) hanno reso il regime di Pechino l'oggetto della solidarietà di tutto il mondo. Delle conseguenze della tragedia sono state sottolineate alcune «rivoluzioni». Tra queste si è parlato con gran risalto della «rivoluzione dei volontari», l'ondata di solidarietà spontanea della popolazione cinese, con la partenza di migliaia di volontari da tutto il paese per andare ad aiutare nei lavori di recupero. E' un fenomeno quantomeno atipico in una società fortemente gerarchica e totalitaria. Si è dato un gran risalto all'atteggiamento delle istituzioni: tre giorni di lutto nazionale per le vittime della catastrofe sono anch'essi una piccola «rivoluzione», visto che finora erano riservati esclusivamente alla morte dei leader del Partito Comunista. Tutto il mondo ha potuto constatare l'atteggiamento delle più alte cariche di Pechino, tra cui lo stesso Hu Jintao, accorsi sul luogo della tragedia per portare la loro solidarietà. O la serietà con cui Pechino (almeno a parole) ha aperto un'inchiesta sulla fragilità delle strutture colpite, in particolar modo delle scuole, che sono crollate a decine di migliaia alla prima scossa. La Cina, già al centro dell'attenzione mondiale per le Olimpiadi, non si è comportata come a suo tempo era solita fare l'Unione Sovietica (chiusura delle frontiere, blocco delle informazioni e rifiuto sdegnato di aiuti dall'estero), né sta agendo come l'attuale giunta socialista birmana, che ritiene «I complotti internazionali molto peggiori del ciclone"» e ostacola tutti gli aiuti. Pechino ha assunto un atteggiamento molto più responsabile e meno ideologico nei confronti del suo popolo. Ovviamente, però, non è tutto oro quel che luccica. Come sempre, quello che vediamo della Cina è ciò che vorremmo vedere. Ma al suo interno la repressione non si ferma, neppure con il terremoto. Il Dalai Lama è stato uno dei primi a pregare per le vittime della catastrofe naturale, comunicando pubblicamente, il giorno stesso «la più profonda vicinanza a quelle famiglie colpite dal disastro» e le sue «preghiere più sentite per una rapida soluzione della tragedia». Tuttavia, subito dopo il terremoto, 14 religiose buddiste venivano arrestate dalla polizia cinese. Non perché artefici di atti di «odio etnico» (il reato per cui Pechino accusa il Dalai Lama e tutti gli indipendentisti tibetani), ma perché avevano osato indire una manifestazione pacifica per la liberazione delle loro consorelle incarcerate e a favore del ritorno del leader spirituale buddista. Il rapporto mensile del Chinese Human Rights Defenders denuncia che, indipendentemente dal terremoto e dai giorni di lutto, il regime di Pechino attribuisce ancora la priorità massima al mantenimento della «stabilità sociale», anche con arresti arbitrari e atti di intimidazione nei confronti della popolazione. Il 13 maggio le autorità dello Shandong hanno arrestato un giornalista che denunciava le truffe negli appalti pubblici e aveva puntato il dito sulla burocrazia corrotta per i materiali di pessima qualità con cui erano costruiti gli edifici collassati alla prima scossa di terremoto. Stessa sorte è toccata allo scrittore Zhou Yuanzhi, arrestato per «aver diffuso segreti di Stato». Il lutto nazionale è stata un'occasione imperdibile per il regime di fare propaganda nazionalista. Migliaia di persone raccoltesi in piazza Tienanmen, dopo i minuti di silenzio, hanno lanciato gli slogan del Partito: «Coraggiosa e forte Cina!» e «L'unità è potere!» (mentre il presidente del partito nazionalista di Taiwan annunciava il suo prossimo viaggio in Cina). In occasione del lutto, tutti i siti Internet e le chat sono stati chiusi o avranno una programmazione strettamente controllata. Né si è fermata la retorica nazionalista e la battaglia internazionale contro il Tibet. La Germania si è vista accusare di collusione con «attività anti-cinesi» solo perché il ministro tedesco per gli Aiuti allo Sviluppo aveva «osato» incontrare il Dalai Lama. «Siamo contrari al fatto che altri Paesi, organizzazioni o individui usino il Dalai Lama per immischiarsi negli affari interni cinesi» - ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese il 19 maggio scorso (al secondo giorno di lutto nazionale) - «(Berlino) non deve tollerare che il Dalai Lama utilizzi la Germania come base per compiere attività anti-cinesi». Sono accuse gravissime, degne della Guerra Fredda, per di più pronunciate contro un governo che ha offerto il suo aiuto alla Cina sin dal 16 maggio e che ha organizzato istituzionalmente concerti di beneficienza il cui ricavato sarà devoluto alle vittime del terremoto. La reazione ideologica cinese ha evidentemente colpito anche in Gran Bretagna, dove il premier Gordon Brown ha deciso (almeno così ha annunciato) di non incontrare il leader spirituale tibetano. Reazioni simili possono stupire. Ma stiamo parlando di un regime totalitario, non bisogna mai dimenticarlo. Il regime comunista cinese, anche se colpito dalla tragedia, non perde la sua natura, né dimentica i suoi obiettivi nazionalisti. Il dopo-terremoto sarà una grave incognita. Colpito nell'immagine e nel portafogli (finora le perdite delle aziende cinesi sono stimate in 7 miliardi di dollari) il governo di Pechino potrebbe reagire anche con una rinnovata aggressività. E' per questo motivo che è giustissimo essere solidali con le vittime del terremoto. Ma altrettanto giusto non abbassare la guardia nei confronti del loro governo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.264 del 20/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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