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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'Italia e il new deal atomico

di Gianni Lombardi - 25 maggio 2008

Ritornare al nucleare in Italia, dopo anni di buio dettati dal catastrofismo ideologico ambientalista, è doveroso, ma è altrettanto doveroso aprire una riflessione. Innanzi tutto il background scientifico nazionale, seppure di ottimo livello, si fonda ormai su poche facoltà di ingegneria nucleare ed energetica tra le quali spicca quella di Milano. Però, per poter avviare un piano strategico nazionale fondato sulla ripartenza del comparto nucleare è assolutamente necessario rafforzare il settore della ricerca e della formazione nel settore. Ormai sono pochi gli ingegneri nucleari sfornati annualmente dalle università italiane, rispetto a quella che sarebbe la domanda del mercato, una volta riaperta l'opzione atomica. Nell'emergenza dell'immediato è perciò necessario aprire al contributo di know how e di «cervelli» provenienti dall'estero.

In secondo luogo, si deve compiere, prima di operare scelte di qualsiasi genere relative alla realizzazione di nuovi impianti, un'analisi strategica sulle diverse opportunità tecnologiche, offerte dalla realtà composita industriale internazionale. Come ha giustamente affermato il neo Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, è fondamentale ricreare la filiera italiana del nucleare, partendo - si potrebbe aggiungere - da Enel, già attiva con successo nel settore, e che si è già detta pronta ad affrontare la nuova avventura, grazie a progetti avviati oltre i confini nazionali, che l'hanno rilanciata negli ultimi anni sul piano della produzione di energia elettrica dall'atomo; poi, da Sogin, la Società Gestione impianti nucleari, SpA a capitale statale, la cui mission relativa allo smantellamento dei vecchi impianti nazionali, chiusi a seguito del referendum dell'87, potrebbe essere affiancata da una nuova missione aziendale di interesse nazionale, mirata alla realizzazione di nuove centrali; per non parlare del gruppo Finmeccanica, fondamentale per la completezza tecnico/realizzativa della filiera.

Ma è anche necessario - anzi vitale - guardare oltre confine, alla realtà, per esempio, dei nostri cugini Francesi. Ad oggi, una forte partnership con Areva per la costruzione di impianti Epr di terza generazione sembra l'opzione più percorribile, sia per l'affidabilità di tali impianti, sia per l'immediata disponibilità del prodotto, che già viene realizzato su larga scala. Questo però non significa ignorare l'esistenza di altre tipologie di reattori e centrali, rappresentanti scelte alternative e assolutamente valide, sul piano dell'efficienza e della sicurezza.

Al di là di tutto, però, prima di passare alla fase progettuale e realizzativa degli impianti, deve essere profondamente riformato il sistema normativo relativo al comparto energetico. Mi riferisco, ad esempio, al decreto legislativo 230 del 1995 che regola la realizzazione, la messa in esercizio e lo smantellamento degli impianti nucleari, nonché la gestione del combustibile e alla doverosa riforma dell'Autorità di controllo, l'Apat. Questa, anche a causa della vetustà e ferraginosità delle norme di riferimento, è vittima della burocratizzazione estrema del sistema, oltre ad essere carente sul piano dell'organico, causando, già sul piano della dismissione degli impianti esistenti, lungaggini inimmaginabili.

E' necessario dar vita ad un'Agenzia moderna, agile, nonchè dotata di tutte le professionalità necessarie, sia sul piano qualitativo, che quantitativo; ma, soprattutto, che venga strappata dalle grinfie della politica per essere affidata al mondo della ricerca, della tecnica - insomma - delle eccellenze professionali, anche e soprattutto sul piano della gestione.

In Italia, la chiusura del nucleare ha causato molteplici danni. Adesso è giunto il momento di riavviare il motore e di creare una duplice opportunità: per i talenti "nuclearisti" anziani , di andare in pensione fra qualche anno con la soddisfazione di vedere un'Italia nuovamente moderna e all'avanguardia anche in campo atomico; per i talenti giovani, di poter sfruttare l'esperienza dei veterani e metterla a frutto in un Paese finalmente senza tabù a matrice ambientalista. Per il resto, come detto sopra, attraverso una modifica di tipo normativo del sistema autorizzativo italiano, in modo tale da ridurre i tempi della burocrazia impegnata nel rilascio delle licenze, si può tranquillamente affermare che per arrivare alla prima criticità di un impianto di terza generazione, servono dai 5 ai circa 7 anni.

Partendo subito, fra 8 - 9 anni sarebbe possibile vedere realizzate le prime centrali. L'importante è non perdere tempo, in modo tale da poter avviare in tempo reale l'iter per l'individuazione dei siti; in seguito, stringere accordi internazionali per la fornitura di tecnologia. E' una sfida appassionate, giovane, ma, soprattutto, in grado di ridurre, nel lungo periodo, i costi legati alla fornitura di energia per le future generazioni, di abbassare sensibilmente le emissioni di Co2 nell'atmosfera, nonché di creare un sistema industriale virtuoso sul piano dell'impatto ambientale.

Gianni Lombardi

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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