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L'imperativo è la modernizzazionedi Alessandro Gianmoena - 23 maggio 2008 Per farsi un'idea del piglio riformista con cui il governo Berlusconi ha iniziato la sua attività in questa sedicesima legislatura basta guardare non soltanto alle decisioni assunte nel Consiglio dei ministri svoltosi a Napoli, ma anche agli interventi con i quali i ministri Claudio Scajola ed Altero Matteoli hanno annunciato importanti provvedimenti in materia di energia da un lato e grandi opere dall'altro. Il responsabile dello Sviluppo Economico, parlando all'Assemblea della Confindustria, ha annunciato che «entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione... Solo queste centrali consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell'ambiente». E il titolare delle Infrastrutture, in una lettera inviata al presidente della Società Stretto di Messina, ha affermato che «il collegamento stabile tra la Sicilia e il Continente è tra le infrastrutture che rivestono carattere prioritario... È pertanto necessario porre in essere nei tempi più brevi tutte le condizioni per la ripresa delle attività inerenti alla costruzione del manufatto». Tanto le dichiarazioni di Scajola quanto quelle di Matteoli lasciano intravedere la volontà di dare attuazione concreta alle parole pronunciate dal presidente del Consiglio durante il suo intervento alle Camere in vista della fiducia: «Il problema principale del nostro paese è di ricominciare a crescere dopo una lunga fase, e deludente, di riduzione delle prestazioni del nostro sistema economico e sociale». Un concetto, questo, ripreso tra gli altri anche dalla neo presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, nel suo discorso di giovedì a Roma. Dunque, sia il ritorno al nucleare e la costruzione di nuove centrali che la ripresa del progetto del Ponte sullo Stretto vanno inquadrati nel più ampio programma berlusconiano volto a ridare slancio al paese, a trasformare in opere tangibili l'imperativo categorico della crescita. L'urgenza strategica è quindi quella della modernizzazione dell'Italia in quei settori nei quali essa segna il passo e registra un significativo gap rispetto alle grandi nazioni europee. Tale modernizzazione non è più procrastinabile, pena il definitivo declino, non soltanto economico, del sistema-paese. Quello dell'energia e quello delle infrastrutture, in particolare, sono due campi nei quali, oltre all'endemico ritardo accumulato in tanti anni di scelte miopi e di immobilismo (si pensi, per quanto riguarda la produzione energetica, alla sciagurata decisione di abbandonare il nucleare dopo il referendum del 1987, e, per quanto concerne le grandi opere, all'assenza, da almeno tre decenni, di seri piani nazionali di ammodernamento ed ampliamento delle reti di trasporto), il governo Berlusconi si trova a dover rimediare anche all'inazione che ha caratterizzato, negli ultimi due anni, l'esecutivo guidato da Romano Prodi. Un'inazione dovuta alla presenza, nell'allora maggioranza di centrosinistra, di forze politiche che avevano ed hanno tuttora, nel loro Dna, una pregiudiziale avversione ideologica nei confronti del «riformismo del fare» - si tratti di centrali nucleari, termovalorizzatori, Tav, Ponte sullo Stretto, Mose, ecc... Ora questi «partiti del no» non sono più rappresentati in parlamento, ma è certo che, anche per risalire la china del consenso perduto, li vedremo protagonisti nei prossimi anni nelle piazze e in ogni luogo deputato all'impianto di nuove infrastrutture essenziali allo sviluppo del paese. L'esperienza del gabinetto Prodi, con tutto il suo carico di immobilismo sul versante della modernizzazione dell'Italia in settori strategici per la crescita, dimostra che non esiste, nel tempo attuale, una via di governo alternativa a quella del «riformismo del fare». Una via che, al contrario del precedente esecutivo, il Berlusconi IV ha imboccato senza indugio, consapevole di avere di fronte a sé un compito immane, che non potrà che essere affrontato passo dopo passo, ma con decisioni nette e coraggiose (come quelle annunciate da Scajola e Matteoli), sulla cui attuazione occorrerà vigilare non facendo sconti a chi vorrà nuovamente bloccare le opere necessarie alla ripresa del sistema-Italia. In tal senso, è di buon auspicio la decisione di trasformare in aree di interesse strategico nazionale i siti che ospiteranno le nuove discariche a Napoli e in Campania e di comminare pene severe a chi si opporrà in modi non consentiti dalla legge alla loro realizzazione - un segno della volontà del governo di riprendere possesso integrale del territorio e di far sentire su di esso la presenza autorevole dello Stato, impedendo che vadano a buon fine le scorribande di gruppi e gruppuscoli del no a tutto.
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Ragionpolitica, periodico on line n.264 del 20/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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