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Via l'Ici sulla prima casa

Chi critica il taglio dell'Ici sulla prima casa o è in mala fede o non ha compreso che cosa è in ballo quando si parla di «federalismo fiscale»

di Letizia Zingoni - 25 maggio 2008

L'abolizione integrale dell'Ici sulla prima casa, varata dal CdM a Napoli, è oggi una realtà. Unita al regime di favore della tassazione sui redditi, questa misura contribuisce a tutelare la proprietà della prima casa - bene fondamentale - sotto il profilo fiscale. I cittadini esultano e vedono il provvedimento come un atto di «giustizia sociale». Esso infatti riconosce il beneficio a tutti e non ad una platea limitata come il governo precedente (la cui detrazione aveva coperto solo il 40% circa delle prime case), escludendo dal beneficio ville, castelli ed immobili di grande pregio.

Non sono peraltro mancate, in mezzo a toni sostanzialmente positivi, critiche argomentate. E' proprio necessario - questa la solfa - iniziare il rilancio del Paese dal taglio dell'Ici? I sindaci dei comuni in passato avevano dato voce ai propri timori. Si vedono infatti tagliare un'entrata fondamentale. Di riflesso, chiedono trasferimenti diretti dallo Stato o compartecipazioni rafforzate per coprire il mancato gettito: come garantire gli stessi servizi ai cittadini a fronte del minore introito? E, in un crescendo drammatico: perché il governo che vuole incentivare il federalismo cancella proprio l'Ici?

La questione è però mal posta perché, a voler insistere sul filone della misura «anti-federalista» si perde di vista l'ottica globale e si fa un errore marchiano. Entrare nell'analisi della catena di rapporti Stato/Regioni/Comuni usando il solo prisma del rapporto Ici-contribuente senza tener presente la rivoluzione copernicana in atto lascia perplessi.

Il federalismo fiscale non passa, contrariamente a quanto si può pensare dall'Ici prima casa: non lo fa nei numeri e non lo fa concettualmente. Il federalismo fiscale, così come inquadrato dal Titolo V della Costituzione, non è una mera trasformazione di imposte statali in contributi ad enti locali, né potrebbe esserlo. Clamorosa dimostrazione di questo misunderstanding è l'intervento del Prof. Giavazzi sul Corriere della Sera. Con l'amena descrizione della scuola della cittadina del Massachussets finanziata dall'Ici dei propri cittadini, si interroga criticamente sulla validità del provvedimento.

Oggi lo Stato incassa a livello centrale e quindi dispone i trasferimenti delle risorse alle Regioni e agli enti locali. Un domani - non lontano - con l'attuazione del federalismo fiscale il flusso di cassa sarà invertito: saranno le entità locali ad incassare per prime e ad effettuare i successivi trasferimenti alle Regioni e quindi allo Stato. Il cittadino non dovrebbe accorgersene, sarà un'inversione di rotta della fiscalità tra enti, regioni e stato. Il concetto è che non ci si può fingere Erario per ogni voce di spesa! Per coprire i costi occorre collegarli alle voci di segno opposto in nostro possesso. Si parte dai Comuni, dagli enti più vicini ai cittadini. Li vogliamo vedere parte attiva con degli obiettivi precisi, capaci di una programmazione economica come ogni impresa. Occhi aperti, in questo senso, sul «Ddl Lombardia», l'innovativa proposta della Lega, che ridefinirà le dinamiche delle «grandi imposte»(Irpef, Iva, accise...), attribuendole in larga parte alle Regioni e non più allo Stato centrale.

Letizia Zingoni

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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