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numero 280
6 marzo 2008
 
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E alla fine Falcone sconfisse la Mafia

di Filippo Salone - 25 maggio 2008

«La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine». All'indomani della commemorazione della strage di Capaci e della morte di Giovanni Falcone, e con ancora negli occhi i fotogrammi dell'arresto dell'ultimo padrino di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo, proprio da queste parole del magistrato siciliano si potrebbe partire per illustrare l'evoluzione e il decorso della mafia siciliana in quasi mezzo secolo di storia.

Sin dalla sua nascita la mafia in Sicilia ha trovato spazio è si è diramata a macchia d'olio nel tessuto economico e sociale dell'Isola grazie a una buona dose di inconsapevolezza e quindi di remissività dello Stato nei suoi confronti. La mafia sin dalle sue origini fenomeno del tutto peculiare alla Sicilia, all'inizio veniva assimilata dalle istituzioni a tutti i livelli della classica tripartizione montesquieuiana - legislativo, esecutivo, giudiziario - nonché e conseguentemente dalle amministrazioni locali, alla strenua di ogni altra comune forma di criminalità più o meno diffusa. Veniva, cioè, del tutto trascurata la sua capacità di organizzazione strutturata e verticistica attorno a principi regole codici ed obiettivi comuni. Come dire che lo Stato e le istituzioni non potevano «vedere» la mafia, e meno che mai quindi contrastarla, perché semplicemente non avevano le lenti adatte per farlo.

Questa invisibilità del fenomeno mafioso - non tanto nei suoi volti ma quanto nella sua struttura e nel suo dna- ha permesso a Cosa Nostra di maturare e proliferare tra gli Anni Sessanta e Settanta secondo e sulla base di tre principi fondamentali. Impunità, Omertà e Potere militare. Su questi tre brocardi l'organizzazione mafiosa ha eretto il proprio potere e la propria legittimità di AntiStato, e con questi tre passepartout Cosa Nostra ha avuto via libera nel suo processo di selezione evolutiva dei vertici, leggesi guerre di mafia tra corleonesi e vecchia mafia palermitana della troika Bontade Badalamenti Inzerillo. Non di meno, a partire dagli anni Ottanta in un modus operandi via via più cruento man mano che il potere militare veniva corroborato e garantito dall' impunità e quindi tutelato dall'omertà - ecco come i tre principi fanno sinergia e si professano come specchio e fattore del fenomeno mafioso - la nuova cupola mafiosa sferrava l'attacco violento e omicida contro le istituzioni e i servitori dello Stato che le si opponevano. É in questo frangente, dopo aver sconosciuto il fenomeno mafioso per circa trenta anni, in cui questo veniva lasciato alla strenua di tutti gli altri reati criminale violenti e quindi perseguito solamente qualora questo si fosse avverato come singolo sconnesso agire delinquenziale, che con l'introduzione del 416 bis c.p. del 1982, si avvia la stagione della reale, in quanto organizzata e dotata di strumenti cognitivi adeguati, lotta alla mafia. Il 416 bis innova il codice nel prevedere l'associazione di stampo mafioso e quindi decifrando la vocazione strutturale e di insediamento capillare di Cosa Nostra. È una svolta. Da quel momento parte la stagione di Falcone e dell'Antimafia che una volta avuto in mano un dispositivo di indagine finalmente specifico e puntuale nella comprensione del fenomeno articola intorno a sé un gruppo di lavoro a sua volta strutturato e quindi più incisivo e performante nello lotta a Cosa Nostra, intercettandone anche le prime ed allora sparute esperienze di fuoriuscita, perlopiù indotte dall'eccidio criminale perpetrato ai corleonesi all'interno dell'organizzazione. Ma all'Antimafia e a quella magistratura che in quel momento storico, inizio degli anni Ottanta, ne incarna la rappresentanza mancano ancora, dopo aver finalmente inforcato le giuste lenti per rendere visibile il fenomeno mafioso, le giuste misure per contrastarne le garanzie di impunità, la libera fruizione di esercizio «militare» (in sostanza la piena disponibilità del potere di vita e di morte), e quindi come immediato risvolto nel tessuto sociale la tutela dell'omertà.

In pratica i vertici di Cosa Nostra potevano da un lato, seppure indagati e incriminati a norma del 416 bis, tranquillamente gestire l'associazione nei loro covi di latitanza o dal soggiorno obbligato a cui erano destinati e che ben presto si mutuava in una sorta di villaggio vacanza, ovvero dalle celle confortanti in cui si solevano raggruppare i mafiosi di diversa generazione e famiglia, scambiandosi così le dovute informazioni e gli opportuni insegnamenti sul «magistero della mafia». Allo stesso modo, una volta usciti a seguito di procedure e iter processuali ancora, nel migliore dei casi, sfilacciati e lassisti, questi potevano tornare a delinquere saldando i conti con le isolate forze inquirenti e di polizia che persistevano nel perseguirli. Una volta di più quindi si realizzava in perfetta consequenzialità, e malgrado tutto, il mantenimento delle prerogative di impunità e potere militare. Più che con gli appelli ad una generica e troppo spesso discrezionale cultura antimafia, così come il più delle volte succede allorché si lascia ogni tipo di regolamentazione a percezioni e assiomi di tipo valoriale, è ancora una volta con il tangibile e concreto lavoro del pool antimafia - a costo di numerosi sacrifici di vite umane attorno al gruppo di magistrati organizzati si affianca un primo nucleo di polizia organico alla lotta alla mafia - che si arriva in continuità e come compimento del 416 bis all'istruttoria del maxi processo del 1986. Con il maxi per la prima volta la Mafia in quanto tale è sfidata in campo aperto e visibile dalle istituzioni. Le nuove procedure, i più efficaci metodi d'indagine, una strategia più coordinata portata avanti con determinazione, la decisiva introduzione della norma 41 bis del «carcere duro» nell'ordinamento penitenziario, danno per la prima volta la speranza che la Cupola si può sconfiggere.

Il messaggio tanto in termini operativi quanto dal punto di vista simbolico è fortissimo. Si mettono in questo modo in discussione i principi costituitivi del fenomeno mafioso così come si erano sviluppati indisturbati sin dalla sua origine. Senza l'assicurazione dell'impunità i soldati dell'organizzazione iniziano a ripensare la propria fedeltà all'organizzazione, finendone per intaccare la sua capacità militare, giacché diversi di questi iniziano ritenere legittima l'ipotesi della fuoriuscita e del collaborazionismo. Contestualmente, sodali e affini dell'associazione, sino ad allora innegabilmente presenti in larghe fette e categorie di società civile, cominciano a rivendicare la forza e la legittimità di allontanarsi dal giogo mafioso e di contro si risvegliano forme di coscienza civica e di senso istituzionale consapevoli e diffuse. Nel muro dell'omertà si intravedono le prime crepe. I principi fondamento del fenomeno mafioso si sfaldano pian piano, il fenomeno stesso così da quel momento inizia la sua lenta ma progressiva involuzione. Per questo le stragi del '92 segnano l'ultimo furioso colpo di coda della mafia di Reina. Quella che è costretta all'eccidio, a pochi giorni di distanza, di Capaci e Via d'Amelio, a ben guardare, è ormai una mafia messa all'angolo dal Maxi e dai migliaia di anni di ergastolo commutatili e ancora di più dalla istituzione di una Super Procura nazionale antimafia, compimento e azimut della consapevolezza strategica di contrastare la struttura mafiosa con un'adeguata e speculare istituzione-struttura di Antimafia. È quindi, quella arrivata al crinale del '92, una mafia sfibrata, ferita e per questo rabbiosa e devastante. Ma è proprio dai quei giorni che la mafia intravede la sua sconfitta, o almeno la fine della sua onnipotenza.

Le lenzuolate bianche a Palermo, il grido di dolore della comunità siciliana e del Paese intero, si badi bene, rappresentano l'effetto e non la causa della crescita dell'Antimafia. L'arrivo e non la partenza. L'effetto cioè di anni e anni di inquadramento, di studio, di indagine e infine di istituzionalizzazione di una struttura antimafia. Sino al compimento del recupero delle prerogative dello Stato, attraverso il ripristino e l'esercizio autorevole dei suoi poteri - legislativo, giudiziario e inquirente - contro le prerogative fondative e fondanti del fenomeno mafioso. Non sono più soltanto singoli uomini, come una volta, a immolarsi contro Cosa Nostra, ma bensì un istituzione che nella guida di Caselli e Grasso, raccoglie e capitalizza la preziosa eredità di Falcone e Borsellino. Non a caso la Cupola viene nei mesi e negli anni successivi rapidamente decapitata e infiacchita. Dopo l'arresto di Reina, Bagarella, Brusca, e di gran parte dei reggenti della mafia corleonese, si apre la fase dell'inabissamento affidata alla mitica figura di Provenzano. Un capo anomalo, affarista, ma che non ha la forza e forse l'autorevolezza per ricostituire una strategia di offensiva. Una mafia dal business miliardario e dall'illegalità pervasiva, questo si, ma senza più alcuna assicurazione di impunità. Da qui infatti un'altra sequela di arresti sino al blitz del 2006 con la deposizione dell'ultimo padrino ed infine la cattura dei Lo Piccolo, nella presa d'atto che un'organizzazione senza i propri vertici è un'organizzazione di sicuro più vulnerabile.

Ed è oggi che la mafia non è più il «moloch» di una volta, che si deve insistere nell'infliggerle il colpo letale, in continuità e nel rispetto del lavoro coraggioso e purtroppo «martoriato» di decine di anni. Aldilà della troppa retorica, delle lezioncine di Travaglio, e delle mistificazioni da fiction, ecco dunque cosa è stato, cosa ha rappresentato, e come infine è stato contrastato il fenomeno mafioso in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri. Non la mafia nello Stato, ma la mafia in assenza di Stato. Non Stato = mafia ma più Stato = meno mafia. Potrà sembrare banale ma bisogna partire da questa semplice equazione allorché si vuole argomentare di mafia. Scriveva Falcone a fine anni Ottanta «In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

Filippo Salone

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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