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numero 280
6 marzo 2008
 
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Da Napoli una risposta alla Spagna

di Andrea Camaiora - 27 maggio 2008

C'è un tempo per la politica interna e uno per quella estera. Silvio Berlusconi, durante i 5 anni del suo precedente governo, aveva dato priorità a quest'ultima, ravvisando la necessità improcrastinabile di riconsegnare credibilità al nostro paese a livello internazionale. I successi conseguiti da Berlusconi nel mondo furono numerosi e radicati nel nuovo modo di concepire la politica estera degli Stati: le relazioni internazionali. Nel quinquennio 2001-2006 Berlusconi deve aver seminato davvero bene se, appena eletto, gran parte dei principali protagonisti della politica mondiale stanno accorrendo o sono già accorsi a fargli visita. Il primo è stato il capo del governo russo, Vladimir Putin, nei prossimi giorni sarà la volta di Bush e Sarkozy.

Questa volta però il presidente del Consiglio, forte di quanto seminato in passato, ha deciso di dedicare tutta la sua attenzione alle principali emergenze interne dell'Italia. E lo ha fatto varando una incredibile mole di provvedimenti, dall'Ici alla sicurezza, fino ai rifiuti di Napoli e della Campania avvertiti come la prima tra le emergenze cui dare risposta. Ebbene, il Consiglio dei ministri di Napoli ha risposto forte e chiaro, tanto che, il giorno seguente, sul quotidiano della città partenopea, Il Mattino, il direttore Mario Orfeo scriveva: «Il segnale è arrivato come nessuno se lo aspettava, con una forza e una nettezza che non appartenevano più alla politica. Ed è stato ancora una volta lui, l'antipolitico per eccellenza che si è fatto a stagioni alterne premier e capo dell'opposizione, e che oggi veste i panni dello statista, a dare l'esempio, a ordinare il cambio di marcia... Ieri il governo di Silvio Berlusconi, il governo del presidente, ha dato una scossa. "Sono venuto qui per dire che lo Stato c'è" e mentre lo diceva a Napoli sembrava di sentirlo anche a Milano, a Roma o a Palermo. "Lo Stato c'è", una banalità se non si trattasse di Napoli, dell'Italia. E c'è la politica, c'è l'assunzione di responsabilità che deve valere per tutti: per l'opposizione, per chi governa Regioni e città, per la magistratura e l'impresa. Da ieri nessuno e da nessuna parte si può più tirare indietro». Chi ha ascoltato la conferenza stampa tenuta dal presidente del Consiglio non può che aver compreso la determinazione con cui il governo ha inteso lavorare, sin dai primi giorni, a 360 gradi.

Non si può non rilevare, d'altronde, come ciò rappresenti la migliore risposta alle dure, infondate, pretestuose e volgari accuse contro la politica di sicurezza italiana esternate, giorno per giorno, da diversi ministri del governo socialista spagnolo. Né va trascurato che il premier italiano non avrebbe avuto difficoltà a rispedire al mittente le cannonate sparate da Madrid. Berlusconi ha invece totalmente ignorato la «questione iberica» nell'incontro con i giornalisti a Napoli, confermandosi ancor una volta assai più concentrato sul fare che sul dichiarare. Perché, tuttavia, così tanti ministri sono sfuggiti al controllo del primo ministro Zapatero? Proviamo a insinuare un dubbio nel lettore. E se non si fosse trattato di voci dal sen fuggite? In una delle sue abituali, geniali interviste (Il Giornale, 20 maggio), l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga prova a spiegare alcune ragioni dell'ostilità iberica: «La Spagna può contare - da Solana in giù - su ben sei super incarichi istituzionali europei. Qualcuna di queste poltrone la dovrà necessariamente mollare. E qualcuna di queste, presumibilmente, a favore dell'Italia». Cossiga suggerisce di rispondere al «turpiloquio» dei ministri spagnoli ritirando per almeno un mese l'ambasciatore italiano a Madrid. Berlusconi ha invece scelto un approccio più diplomatico e ciò anzitutto perché si sente assai più forte di Zapatero. La ragione è rivelata ancora una volta da Cossiga: «La vittoria di Berlusconi ha spostato gli equilibri geopolitici... Ora (in Europa, nda) tutto è retto dall'asse Sarkozy-Merkel. E Berlusconi arriva a rafforzarlo, completando l'isolamento di Zapatero».

Ecco allora perché la Spagna ce l'ha tanto con noi e proprio ora. Sempre nei giorni scorsi Il Quaderno, l'elaborato politico preparato quotidianamente dallo staff dell'onorevole Paolo Bonaiuti, l'ha spiegato più e meglio di altri: «Scontato che l'Italia debba difendere il diritto alla sovranità nazionale, tanto più su questioni come la sicurezza e la clandestinità, e ancora di più con un governo, come quello di José Luis Rodriguez Zapatero, che contro i clandestini ed i rom ha usato la linea durissima e dunque non ha molto da predicare in fatto di tolleranza, occorre però alzare un po' lo sguardo. Innanzi tutto è impensabile che ministri e viceministri di Madrid si muovano in ordine sparso, all'insaputa del loro premier: il primo ministro spagnolo ha più poteri di quello italiano ed una presa ferrea sull'esecutivo e sul partito. Dunque si deve pensare a una strategia di più ampio respiro. Ed è inevitabile osservare la mappa politica dell'Europa. Spagna e Gran Bretagna sono rimasti, tra i paesi maggiori dell'Ue, gli unici due a guida di sinistra. Gli inglesi non si curano molto delle questioni europee, e d'altra parte Gordon Brown ha altri problemi: tra non molto potrebbe cedere il potere ai conservatori».

Continua Il Quaderno: «Resta dunque Zapatero, il quale, di fronte ad uno scenario nel quale Berlino, Parigi, adesso Roma e prossimamente Londra passano dai socialisti al centrodestra, non può che fare blocco con le istituzioni comunitarie: parlamento di Strasburgo e commissione di Bruxelles. Entrambi eletti nel 2004, in un'altra era politica. L'europarlamento può ad oggi disporre di una risicata maggioranza di socialisti, liberali e verdi, nonostante il gruppo del Ppe sia singolarmente il più numeroso. Proprio sull'asse con i verdi e i liberali a Strasburgo punta il governo Zapatero. Mentre a Bruxelles, nella commissione, dispone di una poltrona chiave come quella di Joaquin Almunia, responsabile degli Affari economici e monetari: l'uomo che può esercitare una sorta di veto sulle prossime manovre economiche dell'Italia. La capacità spagnola di muoversi all'interno delle istituzioni comunitarie è ben nota, risale ai tempi di Aznar e la tradizione è stata continuata da Zapatero. È anche grazie a queste leve di potere e a questa influenza che la Spagna ha fatto passare delibere e fondi - quelli per le infrastrutture, in primo luogo, tutti egregiamente sfruttati - e non ha incontrato ostacoli e censure su leggi che, se varate in Italia, sarebbero probabilmente state definite liberticide o antipopolari all'interno e all'estero: dal lavoro al fisco fino, appunto, all'immigrazione».

Di tutto ciò il premier italiano terrà conto per il futuro. Per adesso, invece, la migliore risposta di Berlusconi a Zapatero, quella dei contenuti e della decisione, è partita da Napoli alla volta di Madrid forte e chiara.

Andrea Camaiora

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