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La tentazione radicale

di Gabriele Cazzulini - 27 maggio 2008

Incomincia a farsi incerto il cammino della sinistra verso la normalizzazione post-elettorale. Le coraggiose mosse dell'intesa col governo sulle grandi riforme, la richiesta di uno statuto dell'opposizione e la nascita di un governo ombra sembravano indizi di un'evoluzione strutturale della sinistra. Appunto, sembravano. Oggi quei segnali sembrano invece indicare il contrario e comunque si sono rivelati troppo fragili per sorreggere il peso di un tale cambiamento. Questo riflusso di ambiguità reca anche la firma di Veltroni. Nella settimana scorsa il segretario democratico si è esibito in dichiarazioni e incontri che ne confermavano il sospetto interesse per un ritorno alla formula del centrosinistra, fondata essenzialmente sull'addizione della sinistra radicale al Partito Democratico. Di nuovo tutti insieme appassionatamente? Per adesso il dato è che Veltroni ha smussato la sua intransigenza verso i progetti dalemiani di una riunificazione delle anime della sinistra. Certo, i tempi sono cambiati e quella carretta di disperati che era l'Unione è colata a picco e non riemergerà più dagli abissi della storia. Però Veltroni ha lasciato mezza aperta la porta per un nuovo rapporto più collaborativo con i cugini comunisti sfrattati dal parlamento.

Però in una congiuntura politica di forte destrutturazione, dove l'opposizione è in uno stato magmatico, diventa malsana una strategia dell'ambiguità che non scarta nessuna ipotesi e allo stesso tempo non assume nessuna decisione. Quando poi l'ambiguità incontra un'opportunità gratuita di speculare su una bolla di malessere locale, come avvenuto durante i disordini in Campania o per i casi di intolleranza razziale, allora scatta la tentazione di abbandonare il dialogo e afferrare la clava. E' naturale che per le orecchie dell'intera sinistra suonino forte le sirene del radicalismo, dell'opportunismo, dell'intransigenza. E' facile e redditizio salire sulle barricate. Per la sinistra è anche un toccasana che permette di eludere i dilemmi sull'identità, la leadership, le alleanze. Ma è una soluzione dal respiro corto. L'evoluzione verso una moderna sinistra europea rischia di cedere il passo all'inevoluzione verso una sinistra unita soltanto dalla sete di potere e dalla rabbia contro la destra. Il ritorno al passato sorpassa il futuro. Non è un caso che la nostalgia per il centrosinistra si presenti nella stessa settimana in cui spezzoni significativi della sinistra si snodano la cravatta e alzano le bandiere della protesta arrabbiata. E' il Pd che non dialoga più col governo ma pratica il sabotaggio parlamentare e la contestazione di strada.

In un'ottica a grandangolo questo Pd dal volto duro sembra la vittima di una perfetta vendetta della sinistra radicale, quella originaria, quella ripudiata perché ritenuta figlia di un dio minore, il comunismo, che ha portato troppa jella a Prodi. In un ribaltamento storico copernicano, la sinistra radicale potrebbe diventare presto la nuova carta d'identità del Pd. Se continua questo vuoto di contenuti, il Pd resta senza una sua autonoma cittadinanza politica. Non bastano poche settimane a consolidare un'evoluzione epocale partita con la nascita del Pd. Per giunta il Pd non ha ancora completato il suo processo di strutturazione territoriale. Ma quando il governo è autorevole e solido, il sindacato è diviso e gli imprenditori hanno trovato la loro Giovanna d'Arco, allora aumenta nella sinistra la percezione della propria subalternità - e proprio per non finire nel denigrante ruolo di vassalli della destra, in molti a sinistra si lasciano sedurre dal fascino irresistibile della tentazione radicale. Un Pd molto più intransigente, in mano ad una dirigenza più ideologica e conflittuale, più ramificato sul territorio con le situazioni di maggior malessere. C'è ancora molta materia grezza che deve trovare la sua forma corretta. Ma la passione, quando impugnata da una mano collerica, è un pessimo scalpello.

! Gabriele Cazzulini
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