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Birmania: il regime vuole dollari, l'Onu promette aiutidi Lillo Maiolino - 27 maggio 2008 La conferenza internazionale dei donatori - congiunta tra l'Onu e l'Asean, l'Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico, della quale il Myanmar è membro - si è riunita nel weekend a Rangoon per discutere le modalità di soccorso alla popolazione sinistrata dal ciclone «Nargis». Gli Usa hanno intanto lanciato un altro appello alla giunta militare: «Lasciateci entrare a portare gli aiuti». Alla conferenza erano presenti 52 nazioni e 24 organizzazioni non governative ma, nonostante l'apertura agli aiuti internazionali, mostrata venerdì scorso dal generalissimo Than Shwe dopo l'incontro con il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, già affiorano nuove «incomprensioni» diplomatiche. La giunta militare birmana, infatti, ha chiesto impegni per donazioni che superano i 10 miliardi di dollari da investire per la ricostruzione del Paese, dichiarando (sempre nell'intervento di Than Shwe alla conferenza) che «la fase dell'assistenza ai sopravvissuti è terminata». Ma le Nazioni Unite glissano, ritenendo - giustamente - prioritario il rafforzamento dell'assistenza umanitaria internazionale, poiché ad oggi, solo 1 milione dei 2 milioni e mezzo di abitanti dell'ex Birmania, ha ricevuto cibo, farmaci e coperte. «Il mio governo è pronto ad accettare quei gruppi che sono interessati alla ripresa e alla ricostruzione» - ha sostenuto il capo della giunta militare del Myanmar - in un discorso nel quale ha voluto ricordare l'«efficace risposta dell'esercito e delle istituzioni statali birmane dopo la catastrofe». Agli occhi del mondo, però, risulta esattamente il contrario. Il primo ministro cinese, Wen Jiabao, durante un incontro sempre con Ban Ki-moon, che ha visitato l'area del Sichuan epicentro del sisma che il 12 maggio ha colpito la provincia Sud occidentale della Cina, ha annunciato un contributo di 10 milioni di dollari agli sforzi internazionali per aiutare il regime della Birmania a fare fronte alle devastazioni lasciate dal passaggio del ciclone. Pechino, inoltre, ha già elargito al suo «alleato» birmano approvvigionamenti e assistenza per 30 milioni di yuan (l'equivalente di circa 4,3 milioni di dollari). La Cina è una delle nazioni che da decenni fa affari con la dittatura militare birmana e, non è una novità, che il regime rimane ancora saldamente al potere, esclusivamente per ragioni di interessi con Paesi che spalleggiano la giunta. L'attenzione dunque espressa nel corso della conferenza Onu-Asean per i fondi destinati alla ricostruzione può apparire come un ulteriore cinico tentativo di rimpinguare le casse statali e di alimentare il solito sistema «degli amici del regime», ovvero rafforzare il potere attraverso massicce commissioni da stanziare ad aziende amiche, molte delle quali controllate all'interno da multinazionali straniere. È giusta e chiara, quindi, la posizione dell'Onu, che vuole garantire invece reali aiuti ai superstiti della catastrofe del 2 maggio scorso. Appare necessaria una seria presa di posizione, affinché non si receda consegnando gli aiuti in mano ai militari locali, bensì distribuendoli alla popolazione solo attraverso operazioni di solidarietà condotte a livello internazionale mediante volontari e Ong riconosciute. Stephanie Bunker, portavoce dell'Ufficio per il «Coordinamento degli Affari Umanitari» delle Nazioni Unite, nei giorni scorsi, ha dichiarato che, da quando l'Onu ha lanciato l'appello di cooperazione per aiutare la Birmania, sono giunte al Palazzo di Vetro donazioni per circa 50 milioni di dollari. Jeremy Woodrum, uno dei maggiori critici della giunta militare al potere e co-fondatore della «US Campaign for Burma» spiega: «La comunità internazionale non è più obbligata a perdere tempo, anzi entri al più presto nel Paese distrutto per portare i soccorsi necessari; in più non deve mettere altri miliardi di dollari (per la ricostruzione ndt.) nelle mani di Shwe e della giunta, che ha fatto la propria fortuna sfruttando le risorse della Birmania». Woodrum, inoltre, rammenta come Shwe è colpevole di crimini contro l'umanità per la guerra condotta dal regime in opposizione a diversi movimenti armati separatisti (nella cosiddetta «black area», che rende impossibile determinare con certezza il numero delle vittime, ma si parla di almeno 30 mila morti tra la sola popolazione Karen dall'inizio del conflitto e il triste arruolamento dei bambini soldati) ed è sicuro che i fondi di sviluppo richiesti alle Nazioni Unite servono solo per «lui e i suoi amiconi», mentre il 75 per cento dei superstiti - a distanza di 3 settimane dalla sciagura - necessitano ancora dei primi soccorsi. «Than Shwe, sentenzia Woodrum, ha fatto diventare la Birmania la seconda nazione globalmente più corrotta. Spero solo che il mondo abbia finalmente capito che scaricando soldi in un sistema "alterato" non fa altro che peggiorare la situazione». Lillo Maiolino |
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Ragionpolitica, periodico on line n.265 del 27/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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