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L'Argentina sull'orlo della crisi

di Daniele Martino - 27 maggio 2008

Dopo il fallimento finanziario dello Stato nell'autunno 2001, l'Argentina si trova nuovamente in una difficilissima situazione economica; le proteste degli agricoltori, culminate con un'ondata di scioperi, hanno portato la popolarità della «presidenta» Cristina Kirchner ai minimi storici. Tuttavia, a differenza di quanto avvenne 7 anni fa con i «cacerolazos», le rumorose manifestazioni dei risparmiatori sul lastrico, le responsabilità della crisi che sta interessando l'Argentina sono esclusivamente da attribuirsi alle scelte politiche di Cristina Kirchner. La situazione economica attuale dello Stato sudamericano, infatti, è nel complesso accettabile; la crescita del Pil sta vivendo una discreta diminuzione, ma le previsioni di crescita per il 2008 rimangono confortanti, con un incremento previsto del 2,9%

Il problema che impedisce uno sviluppo a lungo termine consiste nel fatto che la struttura economica del Paese, al contrario del vicino Cile, non risulta ben strutturata poiché si basa su ristretto ceto ricco di possidenti terrieri delle zone rurali, mentre nelle principali aree urbane proliferano le occupazioni «alla giornata». È qui che emergono le responsabilità politiche del governo di Buenos Aires; all'Argentina manca una seria politica economica e questa volta il Fondo Monetario Internazionale non è accusabile del ruolo di «vampíro de los Argentinos». Inoltre, il governo di Cristina Kirchner sta assumendo atteggiamenti sempre più duri, come ad esempio il rifiutare il dialogo con gli agricoltori scioperanti. Questo ha determinato il crollo della fiducia nei confronti dell'esecutivo, come testimoniato dal recente sondaggio del principale quotidiano argentino, il Clarín, secondo cui solo un quarto della popolazione approva la politica del governo. Queste dure prese di posizione sono sfociate nella decisione degli agricoltori di effettuare una manifestazione generale a Rosario proprio il giorno della festa nazionale della «primiera junta», lo scorso 25 maggio; il governo, invece, ha celebrato la ricorrenza nella città settentrionale di Salta, feudo del partito della famiglia Kirchner, il Fronte per la Vittoria. Questo evento rappresenta senza dubbio un segno delle forti tensioni che interessano l'Argentina; a titolo di esempio, è come se in Italia ci fosse uno sciopero generale il 2 giugno.

Le turbolenze politiche che coinvolgono il Paese stanno determinando forti ripercussioni anche nel settore finanziario; nel mese di aprile, gli istituti bancari hanno decretato l'aumento del 5% dei tassi d'interesse su tutte le operazioni di prestito, mentre cresce il numero di argentini che trasferiscono il proprio capitale all'estero, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nei confinanti Brasile e Cile. L'unico fattore, oltre alla discreta crescita economica, che rende l'Argentina più stabile rispetto al 2001 è dato dalla collocazione all'estero dei fondi di obbligazione del Tesoro; su questo fronte, il maggior acquirente di bond argentini è il Venezuela di Hugo Chávez, con un portfolio di ben 50 miliardi di dollari, incrementato soprattutto negli ultimi tempi. L'ultimo stock, dell'ammontare di un miliardo di dollari, è stato perfezionato proprio la settimana scorsa, con l'emergenza scioperi in atto. Nel caso di una possibile mancanza di liquidità, invece che al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale, l'Argentina sarebbe costretta a rivolgersi a Caracas, consegnando di fatto la politica economica di Buenos Aires a Hugo Chávez. Questa non è certamente una scelta avveduta, ed è pesata quasi quanto l'ondata di scioperi sulla popolarità e la credibilità del governo di Cristina Kirchner; la Kirchner ora si trova in parziale disaccordo anche col marito ed ex presidente Nèstor, ma soprattutto col risanatore delle casse pubbliche dopo la crisi del 2001, l'ex ministro dell'economia Roberto Lavagna, che parla di «operazione rischiosa». In caso di crisi economica, solo Chávez potrebbe aiutare l'Argentina; dalla padella alla brace.

Daniele Martino

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