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Niente pace senza Damascodi Erik Marangoni - 27 maggio 2008 È incredibile come uno Stato povero, governato in maniera dittatoriale da una minoranza al potere da svariati decenni, quasi privo di risorse di qualsiasi tipo e isolato sul piano internazionale, possa giocare un ruolo cosi importante in praticamente tutti i processi di pace e le crisi in corso in Medio Oriente. Dalla questione irachena, passando per il Libano, per finire alla pace in Palestina, Damasco ha svolto e sta svolgendo un ruolo imprescindibile, al punto che gli Stati Uniti, che già avevano inserito la Siria nell'ormai famosa «lista nera» degli Stati sponsor del terrorismo, hanno dovuto accettare l'inevitabile, e cioè consentire la partecipazione di un rappresentante siriano alla conferenza di Annapolis sul Medio Oriente. Le strette relazioni di Damasco con Teheran e Beirut infatti, rendono la Siria direttamente coinvolta nella definizione dei rapporti di forza che potrebbero avere un impatto importante nei futuri equilibri dell'area. Come nel caso delle alture del Golan. Le alture del Golan, in territorio siriano, sono state conquistate dall'esercito israeliano nel corso della Guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Da allora, il governo israeliano con una serie di dichiarazioni ufficiali ha reso il Golan parte integrante del territorio nazionale con l'inevitabile costruzione di insediamenti abitativi. Nel 2000 il governo di Tel Aviv, guidato da Barak, aveva dichiarato di essere pronto a restituire le alture in cambio della pace con la Siria, ma la proposta si arenò di fronte alle difficoltà di definizione dei confini. La Siria infatti chiedeva il ritorno ai confini precedenti la Guerra dei Sei Giorni, che avrebbe consentito a Damasco di arrivare alle rive del lago di Tiberiade, mentre Israele insisteva sulla definizione di un vecchio tracciato (risalente al 1923) che sarebbe passato qualche centinaio di metri più a est, lasciando a Tel Aviv il controllo di un'importante risorsa idrica. Nonostante le buone intenzioni di entrambe le parti, quindi, Siria e Israele non riuscirono a concludere l'accordo. Barak venne sostituito poco dopo, mentre la morte del presidente siriano Hafez al Assad catapultò al potere il figlio Bashar, del tutto privo di esperienza e incapace di portare avanti il faticoso lavoro iniziato dal padre. Ora, grazie alla mediazione del governo turco, che vanta buone relazioni con entrambi i contendenti, Siria e Israele hanno ripreso i contatti per la definizione di un accettabile tracciato di confine che consenta alla Siria di ritornare in possesso del Golan, nel più ampio contesto di sicurezza per Israele. Il maggiore ostacolo alla conclusione di un accordo tra i due Stati non deriva tanto dalla buona volontà delle parti in causa, quanto piuttosto dal coinvolgimento dei cittadini israeliani, da anni oramai stabilmente insediati nell'area. Provenienti in larga parte dall'ex Unione Sovietica, essi si oppongono a qualsiasi concessione ai siriani, che considerano una pericolosa debolezza da parte del governo Olmert. Dal suo canto il premier israeliano si trova al centro dell'ennesimo caso giudiziario che lo riguarda, per una vecchia storia di tangenti risalenti al tempo in cui era sindaco di Gerusalemme. Olmert deve quindi scontare una posizione di estrema debolezza in patria, ciò che lo rende maggiormente vulnerabile ai ricatti del partito nazionalista che lo sostiene al governo, il quale non ha finora manifestato grande entusiasmo per la ripresa dei colloqui con Damasco.
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Ragionpolitica, periodico on line n.265 del 27/5/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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