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6 marzo 2008
 
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Georgia: proteste contro Saakashvili

di Erik Marangoni - 31 maggio 2008

Di solito, quando uno Stato si sente minacciato nella sua indipendenza o integrità territoriale, si verifica un fenomeno, che gli americani chiamano «rally-around-the-flag» tale per cui la popolazione si stringe attorno al proprio governo e alle proprie istituzioni, per dimostrare unità e coesione di fronte al pericolo comune. In Georgia, però, sembra che questo fenomeno non abbia trovato finora una grande applicazione. Al termine di un discorso nel giorno dell'anniversario dell'indipendenza del paese, con tanto di parata militare che ha mostrato al mondo intero i risultati del processo di riarmo in corso, il presidente Saakashvili ha subìto l'onta di una manifestazione di dissenso, organizzata dai partiti di opposizione in protesta contro l'esito delle recenti elezioni parlamentari.

Nonostante la convincente prova elettorale, che ha attribuito al suo partito 120 seggi sui 150 a disposizione e che, nelle intenzioni di Saakashvili, doveva dimostrare ai nemici della Georgia, la solidità della sua posizione, il presidente deve ora affrontare un'opposizione che a gran voce chiede l'annullamento delle elezioni, a causa di presunti brogli elettorali. Pur scontando profonde divisioni ideologiche, i partiti di opposizione sono riusciti a portare in piazza, in mezzo ad autoblindo e truppe schierate con le uniformi tirate a lucido, almeno 40.000 persone (secondo stime non ufficiali) in protesta contro Saakashvili e la sua politica, che molti temono possa portare all'instaurazione di un sistema dittatoriale.

Eppure, il paese avrebbe bisogno di unità in questo particolare momento storico. Nonostante l'accordo raggiunto con i rappresentanti della provincia separatista, Abkhazia, che prevede il ritiro di una buona parte delle truppe georgiane dal paese e la possibilità di rientro in Abkhazia per i georgiani fuggiti durante la guerra del 1994, la tensione tra Georgia e la sua provincia ribelle è ancora elevata. La missione delle Nazioni Unite in Georgia ha confermato l'abbattimento di un aereo-spia georgiano ad opera di un caccia russo nei cieli dell'Abkhazia, quindi almeno formalmente ancora nello spazio aereo georgiano. Da Tbilisi si sono levate forti proteste contro la violazione dello spazio aereo nazionale e, di conseguenza, dell'armistizio del 1994, che il presidente dell'Abkhazia, Sergej Bagapsch si è affrettato a smentire, pur ammettendo di disporre di caccia guidati da personale straniero. La Russia è, ovviamente, la principale indiziata, essendo stata l'unica a riconoscere formalmente l'Abkhazia, oltre che a rifornirla di personale e mezzi militari.

Saakashvili ha fatto del mantenimento dell'integrità territoriale del paese uno dei punti-chiave della sua vittoriosa campagna elettorale, probabilmente contando sull'adesione del suo paese all'Alleanza Atlantica che, però, è ancora lunga da venire. Il vero ago della bilancia rimane ancora una volta la Russia del nuovo presidente Medvedev. Un approccio troppo rigido alla questione georgiana non conviene alla Russia, che potrebbe subirne le conseguenze al proprio interno con la ripresa della sanguinosa guerra in Cecenia. Un approccio più «morbido» (anche nell'ottica di mantenere un elemento costante di disturbo in un'area non particolarmente «calma») permetterebbe a Mosca di utilizzare la chiave georgiana per risolvere diverse questioni pendenti e, non ultimo, come strumento di pressione su Stati Uniti ed Europa.

! Erik Marangoni
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