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Dal Giordano al Mediterraneo

di Stefano Magni - 31 maggio 2008

Pensiamoci su due volte prima di stupirci del fatto che Israele ci metta così tanto tempo per riconoscere lo Stato palestinese. Non ci si rende conto del conflitto israelo-palestinese finché non si realizzano le dimensioni dei territori di cui stiamo parlando. Finché non si tocca con mano il senso di sopravvivenza di Israele, una vita aggrappata in uno spazio piccolissimo, dal Giordano al Mediterraneo. Andare dalla spiaggia di Tel Aviv a Gerusalemme in auto, in una giornata senza traffico, richiede meno di tre quarti d'ora. E hai già attraversato Israele per il largo. I territori richiesti dai palestinesi costeggiano tutta la strada che collega le due principali città israeliane. Ci sono luoghi che ricordano le battaglie del primo conflitto arabo-israeliano, come Latrun, Ramla e Lod, dove gli ebrei, non ancora indipendenti, lottarono duramente per riuscire a portare viveri e munizioni alla Gerusalemme assediata. Le carcasse degli autobus e delle vetture blindate con mezzi di fortuna e distrutte dagli arabi sono ancora lì a ricordare quei giorni di 60 anni fa. E sembra che vogliano dire: può succedere ancora.

E' una sensazione strana passare in mezzo a due territori ostili. In certi tratti di strada, da Modin a Gerusalemme, il territorio israeliano si riduce alla strada e a qualche piccolo lembo di terra ai suoi lati. Lì sorgono stazioni della polizia, posizioni dell'esercito (che mantiene un profilo discreto), case abitate da ebrei che sventolano coraggiosamente la bandiera bianca e blu con la stella di David. Ma poco oltre, poche centinaia di metri più in là, c'è un territorio abitato da gente che quella bandiera e lo Stato che rappresenta non li hanno mai riconosciuti. A passare lì in mezzo si prova quasi una sensazione di claustrofobia. I villaggi palestinesi sorgono in mezzo alle colline brulle e rocciose, li si identifica subito grazie allo svettare delle loro moschee. Se si mettessero a sparare, dall'autostrada Tel Aviv-Gerusalemme non potrebbe passare più nessuno, proprio come era ai tempi del primo conflitto, quando ogni metro di strada era conteso duramente.

Un altro luogo per capire il conflitto israelo-palestinese: Gilo. In questo sobborgo di Gerusalemme Sud, le case che guardano verso il meridione hanno tutti i vetri blindati anti-proiettile. La strada principale che porta al centro della capitale è costeggiata da uno spesso muro di cemento. Che è stato sì decorato da artisti israeliani, ma è e resta un monito: serve a proteggersi dai cecchini palestinesi. Sparavano ai bambini, soprattutto, quelli che uscivano tutti i giorni per andare a scuola e dovevano passare necessariamente per una strada esposta a Sud. A Sud, ben visibili ad occhio nudo, ci sono le case di Betlemme, Autorità Palestinese. Da quelle finestre sono state tirate le prime fucilate della II Intifadah il giorno stesso della passeggiata di Sharon alla Spianata delle Moschee nel settembre di 8 anni fa. Una volta hanno sparato anche colpi di mortaio. Ora la situazione è molto più tranquilla. E dall'altura di Gilo si può osservare con calma il percorso della barriera difensiva, una lunga rete, costeggiata da una strada, che in alcuni tratti diventa muro di cemento armato. Palestinesi e israeliani si guardano ancora nelle palle degli occhi, ma per lo meno i primi hanno smesso di sparare ai secondi, nonostante tutte le proteste contro quello che l'opinione pubblica europea chiama «il muro dell'apartheid».

! Stefano Magni
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