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Libano in equilibrio instabile

di Alexandra Javarone - 31 maggio 2008

Il 29 maggio le forze della coalizione internazionale dell'Unifil hanno dato avvio alle celebrazioni per il 60° anniversario dell'inizio delle missioni di pace intraprese sotto l'egida delle Nazioni Unite. La cerimonia si è svolta a Beirut, al cospetto dei rappresentanti dell'esercito libanese e del capo missione Onu, il generale Claudio Graziano. Una manifestazione solenne ed istituzionale che però non può che richiamare alla mente una lunga serie di fallimenti internazionali, di cui proprio il Libano è esempio paradigmatico. Le blasonate forze multinazionali stazionano nel paese dei cedri da trent'anni, senza aver mai raggiunto i risultati più volte auspicati, prive in sostanza di un reale meccanismo di protezione o difesa e condannate, a fronte del pericolo, ad una sorta di inabilità permanente, incapaci non certo per scarsa attitudine, ma per definizione. Strette fra il conflitto israelo-libanese e la guerra civile, le forze Unifil osservano allora, a costo della vita, perennemente immobili il protrarsi degli avvenimenti funesti che da tempo piegano il Libano.

La risoluzione 1701, che nelle previsioni affidava all'esercito libanese il compito di disarmare Hezbollah, ha di fatto concepito una missione mutilata, priva degli aspetti fondanti l'operato di un esercito «di pace» in territorio ostile: regole d'ingaggio e caveat hanno seguito l'unica direttrice del politicamente corretto, che oramai pare non esser più in grado di operare valida distinzione tra il ruolo di pacificatore o pacifista, sintesi perfettibile di un'insana deriva semantico-politica e rinnovato fondamento del consenso internazionale.

L'accordo di Doha ha certo avuto il merito di porre fine alla lotta esplosa fra maggioranza al governo e opposizione, portando infine all'elezione del 12° presidente del Libano, Michel Suleiman. Eppure, passati solo pochi giorni, i fattori destabilizzanti di crisi paiono riallinearsi, seguendo un macabro assetto d'instabilità. Il potere di veto concesso a Hezbollah e suggellato dall'intesa di Doha apre nei fatti la via ad un'ulteriore crisi interna, senza peraltro garantire la futura ed ancor più incerta attuazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il 28 maggio il primo ministro uscente, Fouad Siniora, ha ricevuto un nuovo incarico dal presidente libanese. Saad Hariri si è detto fiducioso: «Dopo gli accordi di Doha e la nomina del Capo dello Stato confido in una pace ritrovata». Tuttavia è certo che Hezbollah non accetterà di buon grado la candidatura di Siniora, giudicata al pari di una vera e propria «dichiarazione di guerra» anche da diversi analisti internazionali. Secondo questi ultimi, i tafferugli esplosi nella capitale a poche ore di distanza dal discorso tenuto dal leader sciita Hassan Nasrallah sarebbero da considerarsi alla stregua di un losco avvertimento (2 i morti e 18 i feriti). Ad Armoun si è reso necessario perfino l'intervento dell'esercito per sedare la sparatoria esplosa fra il Partito di Dio e i sostenitori della maggioranza di governo.

L'osannata pace resa al paese dei cedri dai patti di Doha non è, secondo i critici, il frutto di un «accordo raggiunto fra le parti», ma fonda le proprie basi su di un consenso armato che Hezbollah avrebbe saputo strappare al popolo libanese, non senza aver preteso ed ottenuto un adeguato numero di poltrone ministeriali ed un insensato diritto di veto - cosa, questa, che pone in serio pericolo l'effettivo consolidamento delle istituzioni libanesi. Insomma, la comunità internazionale e il Libano hanno versato un grave tributo al solo scopo di assicurare una stabilizzazione precaria, perdendo parte della propria forza e sovranità a vantaggio di Iran, Siria ed Hezbollah.

Alexandra Javarone

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