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Liberare l'insegnamento della storia dal monopolio comunistadi Salvatore Sechi - 10 giugno 2008 Dopo il 25 aprile 1945 si è creato un vero e proprio monopolio comunista della didattica e della divulgazione (e in gran parte anche della ricerca) della storia del Novecento, con particolare, ma non esclusivo riferimento, al biennio 1943-1945. Dalle grandi città è scivolato nei Comuni più piccoli. Grazie ad esso si sono congiunti alcuni fenomeni. Da una parte, l'identificazione dell'anticomunismo non come un dovere di ogni cittadino democratico, ma come espressione di una cultura reazionaria e anzi fascista vera e propria. Tutto ciò deriva dall'accoglimento dell'idea che per essere democratici basti essere antifascisti. Di qui la criminalizzazione, che dura fino ai nostri giorni, del centrismo (gli anni 1948-1953) come un periodo di rischi e gravi minacce alla democrazia, solo perché Alcide De Gasperi aveva escluso dal governo le sinistre. In secondo luogo, la mitizzazione della Resistenza come guerra di popolo (invece che di una minoranza e di un'élite) e vicenda unitaria. Una plateale falsificazione della realtà come il silenzio sui conflitti interni, le esecuzioni sommarie degli avversari, ecc... In terzo luogo, la demonizzazione (come imperialisti, guerrafondai, esportatori della democrazia sulla punte delle baionette, ecc...) degli alleati anglo-americani ai quali dobbiamo la liberazione dal nazi-fascismo. Corollario: un tenace, paludato silenzio sulle responsabilità dell'Unione Sovietica e dei partiti comunisti, a cominciare dal Pci, nel rafforzare ed estendere la catena dei paesi totalitari nel mondo. Ne sono nate una cultura e una sub-cultura a cui attingono a piene mani docenti e studenti delle scuole medie, superiori e della stessa università. Come è possibile continuare a tenere in vita questo ribollente scenario di falsificazione della storia, dispensando denaro pubblico alle agenzie che curano l'insegnamento e l'aggiornamento delle discipline contemporaneistiche? Ciò avviene sulla base delle convenzioni stabilite da Walter Veltroni dopo avere ripianato il deficit di bilancio dell'Insmli (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia), quando è stato alla testa del dicastero dei Beni Culturali. E' interesse di tutti gli studiosi, e - direi - di tutti i cittadini che hanno voltato massicciamente le spalle alle sinistra durante le ultime elezioni, rompere il clima della continuità con l'esecutivo di centrosinistra. Si può cominciare introducendo un elemento di rottura come la liberalizzazione della didattica su questo aspetto cruciale per la formazione delle giovani generazioni. Non sto sostenendo che la storia va insegnata, e peggio piegata come un fuscello, secondo lo spirare del vento elettorale. Sarebbe una follia, oltreché una replica del tradimento degli intellettuali - secondo lo statuto weberiano almeno. Voglio solo dire che bisogna aprirsi fino a rappresentare anche l'interpretazione che finora è stata platealmente ignorata, anzi esclusa, quando non demonizzata, negli studi sul dopoguerra repubblicano. Mi riferisco a quella che viene chiamata, per convenienza politica, come «moderata», cioè dei socialisti riformisti, dei cattolici non di sinistra, dei liberali e in generale degli anticomunisti. L'educazione delle giovani generazioni non può essere oggetto di contenzioso né di spartizione. Si tratta piuttosto di dissolvere il concentramento di quelli che Luis Althusser chiamava gli «apparati ideologici di Stato» e fare in modo che non si riproducano più. Nè a favore dei comunisti, ovviamente, perché li hanno creati, traendone i frutti più consistenti, ma neanche a favore di nessun'altra forza politica, anche di centrodestra. Il monopolio comunista dell'insegnamento (e in parte anche della ricerca) della storia contemporanea, per quanto concerne il Risorgimento e l'Italia fino alla prima guerra mondiale, ha prodotto, insieme a studi di prima qualità (come quelli di L. Cafagna, G. Carocci, G. Procacci, G. Candeloro), guasti e deformazioni sulla conoscenza del nostro passato al quale hanno cercato di rimediare studiosi come F. Chabod, R. Romeo, R. Vivarelli, R. De Felice, G. Are). L'alta qualità, anche a livello europeo, della tradizione liberale italiana comincia a farsi sentire, anche se incidere il fondo di ghiaccio della didattica di ispirazione comunista è ancora molto difficile. I frutti più intossicati sono quelli relativi al secondo dopoguerra. Non mi pare contestabile che intorno all'Insmli si sia creato un sistema di potere dove sono di casa soprattutto i comunisti e i loro compagni di strada. Ammessi e anzi benvenuti sono, ovviamente, i cattolici di sinistra, gli intellettuali laici timorati del Pci e gli ex-estremisti. Poco spazio c'è sempre stato per i cattolici politicamente moderati. Sergio Cotta, poiché contrastava la mitizzazione, operata dalla storiografia comunista, della guerra di liberazione, venne subito emarginato per le tesi sostenute in un suo importante saggio, Quale Resistenza? De Felice è stato sempre oggetto di demonizzazione e dispregio. Roberto Vivarelli, quando ha trattato il periodo della guerra di liberazione e i primi anni dell'Italia repubblicana, ha visto scemare interesse e spazi. A Giorgio Rumi, per non parlare di Gianni Baget Bozzo, al quale si devono i più autorevoli studi sulla Dc, e agli anticomunisti, sia di origine socialista sia Pci, la porta è stata sempre tenuta chiusa e il telefono non ha mai squillato. Ugo Finetti ricordava il silenzio su Cefalonia, le accuse bizzarre di Stuart Woolf (curatore del volume L'Italia repubblicana vista da fuori, 1945-2000, Il Mulino editore) al Corriere della Sera (penso che lo strale sia puntato soprattutto verso Ernesto Galli della Loggia) di essere un organo del revisionismo, e ai governi Berlusconi di essere un pericolo per la nostra vita democratica, anche dando legittimazione agli ex fascisti di Alleanza Nazionale. Al pari di Finetti, penso che né a Woolf né ai suoi sodali e allievi filo-comunisti si debba negare il diritto di mantenere, e divulgare, le proprie opinioni. Da questo punto di vista sono e dobbiamo tutti essere dei volterriani nel difendere il diritto dei nostri avversari. In generale, si può dire che dalle attività dell'Insmli sono esclusi quanti sono al di fuori della logica del branco, cioè ritengono il comunismo simile, anzi peggio del nazismo e del fascismo. Oppure considerano una fortuna che gli elettori italiani abbiano, dal 1946 in avanti, fatto mancare la maggioranza al Pci impedendogli, in maniera implacabilmente democratica, di governare. Non avrei molto da ridire se l'Insmli e gli altri istituti e riviste che di esso sono espressione fossero dei privati. Ma fin quando vivono con la biada pubblica, la loro partigianeria, il piacere tutto fascista della discriminazione, il monoteismo politico-ideologico, sono un problema. Non possiamo consentire che i nostri soldi siano usati per le crociate propagandistiche di questi intellettuali-da-regime-interno su una lettura molto faziosa della Costituzione, della storia del regime repubblicano, della politica estera anglo-americana, della guerra spagnola, dei conflitti in seno ai Cln, ecc... Non è casuale che, per esempio, sia dominante l'analisi di Mario G. Rossi sul centrismo. Essa è impeccabile nella bibliografia e in parte nelle fonti, ma non fa fare un passo in avanti rispetto all'interpretazione di Togliatti, che amava definire gli anni 1948-1953 come una «democrazia alla prova», cioè in pericolo di scivolare verso il fascismo. I governi De Gasperi sono stati, come dimostrano gli studi coordinati da Guido Melis, i più efficienti nella produzione legislativa e hanno preparato - come ha riconosciuto Michele Salvati - il più intenso sviluppo economico della storia dell'Italia pre e post-unitaria. Ma la storiografia comunista di più stretto rigore li ha bollati come il «fascismo che torna» per il solo fatto che le sinistre, legate all'Unione Sovietica e inaffidabili sul piano della lealtà al governo De Gasperi, sono state emarginate dalla coalizione dei partiti del Cln nel maggio 1947. Per fare qualche altro esempio ricorderò che L'Impegno (la rivista dell'Istituto provinciale di Biella Cino Moscatelli) di recente ha ospitato due articoli dello studioso scozzese Philip Cooke. Nelle sue pagine l'attività dei comunisti italiani auto-esiliatisi, con la copertura vigile della Direzione del Pci, in Cecoslovacchia dopo il 25 aprile 1945 per sfuggire alle condanne comminate loro dai tribunali per assassinii ed eccidi di vecchi fascisti, proprietari terrieri e sacerdoti, viene rappresentata come l'incunabulo di una cultura di governo. Nessuna riga viene dedicata al fatto che le fonti del ministero dell'Interno, degli Esteri e dei servizi segreti definiscono questo soggiorno in maniera semplicemente opposta, cioè come la predisposizione di un braccio militare, con corsi di addestramento all'uso delle armi e al sabotaggio, da impiegare in Italia al momento buono. Dunque, un indefesso quanto poco esaltante contributo alla perpetuazione dei luoghi comuni sul nostro secondo dopoguerra ha dato, insieme alla stampa comunista, la rete nazionale degli istituti collegati all'Insmli. Dal centro alla periferia s'impone una sorta di pensiero unico. Tutto ha avuto un'accelerazione - come dicevo all'inizio - grazie al decreto dell'allora ministro per i Beni Culturali, Walter Veltroni. Il quale ha elargito finanziamenti a chi «promuove attività di studio e di ricerca per la formazione storica nelle scuole di ogni ordine e grado con la finalità di far acquistare conoscenze, contenuti e competenze per la lettura della contemporaneità». In questo modo si è assegnata una delega quasi assoluta per lo studio e l'insegnamento della storia contemporanea (dalla prima guerra mondiale alla seconda Repubblica) all'Insmli. Il suo personale e il giro fisso dei collaboratori è quasi esclusivamente di provenienza cattocomunista. Come tutti sanno, è sempre stato, e continua ad essere, sotto il controllo del Pci prima e dei suoi eredi e continuatori successivamente. Ciò è avvenuto grazie all'influenza (non saprei dire se alle direttive) delle associazioni ex-partigiane, eredi, anche nella composizione degli organi dirigenti dell'Insmli, del ruolo maggioritario che i comunisti ebbero nella guerra di liberazione. Nulla è possibile fare per arginare questa vera e propria metastasi comunista sulla storia, che ha finito per investire le redazioni dei quotidiani, delle case editrici, della Rai tv. E' un esempio corposo ed efficace dell'egemonia che il Pci ha saputo esercitare quando non disponeva di ministeri né della televisione pubblica. Nel campo del privato o del semi-pubblico, bisogna solo sperare in un'insurrezione della coscienza nazionale anticomunista. Invece qualcosa si può - e si deve - fare nelle istituzioni pubbliche, nazionali e locali. Se si vuole che nell'insegnamento della storia contemporanea non domini più la logica del branco e prevalga finalmente quella del pluralismo, i nuovi ministri Gelmini e Bondi, liberi da pregiudizi e obblighi ideologici, possono cambiare registro rispetto al passato. Il potere e i soldi forniti generosamente da Veltroni all'Insmli non hanno prodotto una storiografia degna di questo nome. Tutta la discussione sulla violenza che dagli anni della lotta antifascista arriva fino al terrorismo rosso è stato marginalizzato quando non espunto. Pertanto, l'irrompere del terrorismo sembra un'invasione extra-terrestre e non avrebbe padri e referenti politici e ideologici negli anni del «roveto ardente», cioè del 1943-1945. Chi, se non l'Insmli, avrebbe dovuto fare un po' di chiarezza, facendo in modo che la sfera del dibattito politico non soffocasse o alterasse quello storiografico? Il fallimento non poteva essere più grande. Voglio dire che l'Insmli non è riuscito a produrre una storia credibile della Resistenza, facendone un problema storiografico. E' rimasta un cesura politica e quindi viene usata dai politici ai loro fini. La deferenza, se non la subordinazione, ai comunisti dell'Insmli emerge chiarissima dai temi che non ha mai affrontato o ha lasciato deformare in maniera livida. Nel mio ultimo lavoro ho accennato ad altri temi legati a queste omissioni. E' esistita, e fino a quando, un'organizzazione para-militare del Pci? Si è formato in Cecoslovacchia, dopo il 1945, un braccio armato di comunisti (sottrattisi alle pene detentive dei nostri tribunali per delitti ompiuti dopo il 25 aprile 1945) pronto a entrare in funzione in caso di un'insurrezione? Fino a quando è durato il prelievo di vere e proprie tangenti, sui redditi di imprese pubbliche e private, da parte delle società di intermediazione commerciale costituite dal Pci nei confronti dell'Urss, della Cina e dei paesi dell'Europa orientale? Fino a quando e in quale misura il Pci ha favorito lo spionaggio a favore dei sovietici per quanto concerne la tecnologia industriale e militare (se ne occupò un ufficiale del Sifar, e poi della Fiat, il colonnello Renzo Rocca, trovato «suicidato», insieme a Luigi Cavallo)? Non andare a fondo su questi temi significa alimentare una convinzione sbagliata: cioè che i comunisti, nell'estate 1947, sono stati esclusi dal governo non per responsabilità, errori propri, collusioni con lo straniero e i suoi interessi statali (cioè l'Urss), ma per un atto di intolleranza, se non di violenza, della Dc e dei suoi alleati. Le cose non stanno per niente così. Spetta ai ministeri dell'Istruzione e dei Beni Culturali, usando i mezzi di cui dispongono, e promuovendo un'inchiesta affidata a persone indipendenti, mettere fine all'attuale andazzo. Siamo in presenza di un'insopportabile e plateale discriminazione, ad opera dell'Insmli, nei confronti della maggioranza degli studiosi e degli italiani. Salvatore Sechi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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