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Il Pentagono accusa il governo birmano

di Lillo Maiolino - 5 giugno 2008

«Negligenza criminale». È questa l'accusa che pende sui militari a capo della giunta dittatoriale che governa la Birmania dal 1962. A formularla è il segretario alla Difesa Usa Robert Gates che, intervenendo ad una conferenza sui temi della sicurezza internazionale svoltasi a Singapore, ha denunciato come decine di migliaia di morti in più, dopo il ciclone del 2 maggio scorso, sono da attribuire al ritardato ingresso dei soccorsi internazionali; un bilancio delle vittime più pesante, quindi, causato dall'ostruzionismo governativo. E nonostante l'apertura del governo di Rangoon, pare che ancora meno della metà dei sopravvissuti abbiano ricevuto cibo, cure e medicine. Il capo del Pentagono però precisa: «A dispetto delle difficoltà causate dalla giunta, gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi affinché la popolazione delle regioni più colpite sia raggiunta dai soccorsi».

Le navi della marina statunitense intanto continuano a rimanere a largo delle coste birmane, senza ancora avere ricevuto l'autorizzazione a sbarcare. «É ormai evidente che il governo non intende lasciare passare i nostri aiuti» - ha continuato Gates - ricordando che gli Stati Uniti hanno contattato il governo birmano 15 volte al fine di ottenere l'autorizzazione necessaria per consegnare gli aiuti ai sopravvissuti. Questo tira e molla, dunque, potrebbe presto concludersi nel modo peggiore se la Casa Bianca deciderà di fare tornare indietro le 4 navi piene di derrate. «Solo una questione di giorni», avverte Gates. Sparita la cioccolata che si stava distribuendo ai primi sfollati, raggiunti dalle organizzazioni umanitarie, il regime di Tan Shwe, sulle pagine della «voce ufficiale» il The New Light of Myanmar, ha ribadito come la Birmania può benissimo risollevarsi da sola dal cataclisma e che, anzi, qualora la questione degli aiuti continuasse a rimanere vincolata al pieno accesso nelle regioni del delta dell'Irrawaddy, la popolazione può fare a meno dei viveri stranieri e «mangiare le rane e i pesci, che si trovano in abbondanza nelle zone colpite».

Le associazioni per la tutela dei diritti umani presenti in zona e con l'Unicef in testa, denunciano frattanto l'ennesima vergogna. Da sabato i leaders militari hanno costretto centinaia di sfollati a lasciare i ricoveri e tornare nelle loro case praticamente distrutte dal ciclone. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia 8 campi vicino alla città di Bogalay, nel delta dell'Irrawaddy, risultano già completamenti vuoti a causa delle evacuazioni forzate. Un numero ingente di persone sono state spostate da scuole, conventi e edifici pubblici, conferma l'Associated Press. Diversi campi profughi sono stati chiusi anche a Labutta e oltre 400 abitanti costretti ad evacuare da una chiesa di Rangoon nella quale si erano rifugiati. «Il governo sta spostando la gente senza dire nulla», è questa la triste testimonianza di Teh Tai Ring dell'Unicef.

Anche Papa Benedetto XVI ha lanciato un appello prima dell'Angelus domenicale. «Vorrei invocare la materna intercessione della Vergine - ha detto Ratzinger - per le popolazioni della Cina e del Myanmar colpite dalle calamità naturali». Poste Italiane insieme con «Agire» («Agenzia Italiana Risposta Emergenze») lancia la campagna «Dona il resto»: per tutto il mese si potrà contribuire alla raccolta fondi a favore della Birmania donando, appunto, il resto delle operazioni effettuate in contante agli sportelli postali. Il donatore potrà decidere di aggiungere al resto un ulteriore importo, fino ad un massimo di 10 euro, esibendo il proprio codice fiscale.

Lillo Maiolino

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