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Summit Fao. Ahmadinejad e Mugabe ospiti non graditidi Anna Bono - 5 giugno 2008 La buona notizia è che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e quello dello Zimbabwe, Robert Mugabe, non sono stati invitati alla cena di Villa Madama offerta dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai capi di stato e di governo convenuti a Roma per partecipare dal 3 al 5 giugno al Summit della FAO dedicato all'insicurezza alimentare. È bello avere un governo che non ospita e riverisce i tiranni. Ma non è solo l'Italia a scegliere una linea inflessibile. Il discorso arrogante e aggressivo di Ahmadinejad, durato circa 15 minuti, è stato accolto freddamente dai partecipanti al vertice e ha meritato giusto una stretta di mano, non certo calorosa, da parte del presidente della Fao, Jacques Diouf. Quanto a Mugabe, la sua presenza a Roma è stata definita «oscena» dal segretario britannico per lo sviluppo internazionale Douglas Alexander. Nessuno finora lo ha contraddetto e, anzi, il ministro degli esteri australiano Stephen Smith, per chi non avesse capito le ragioni di Alexander, ha spiegato: «Mugabe è responsabile della fame di cui soffre il suo popolo. Che partecipi a una conferenza sulla sicurezza alimentare è osceno». A loro si è aggiunto il ministro dello sviluppo tedesco Heidemarie Wieczorek-Zeul che ha definito il comportamento di Mugabe «cinico». Vien da confrontare il clima che si respira in questi giorni alla sede della Fao con quello del 1996 quando alla vicepresidenza del Summit furono eletti Fidel Castro per l'America Latina e Omar el Bashir, presidente del Sudan, per l'Africa. Ma la freddezza nei confronti dei leader tiranni non basta. Ci vuole anche fermezza. I paesi ricchi si stanno impegnando per l'ennesima volta ad aiutare i poveri della terra. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite porta a Roma un progetto di lotta alla fame che prevede 15 miliardi di dollari per rifornire subito di sementi, fertilizzanti e mangimi gli agricoltori in difficoltà e un impegno nel medio periodo pari a 30 miliardi all'anno per lo sviluppo agricolo. È molto denaro, guadagnato con fatica: deve essere speso bene. Innanzi tutto non deve essere utilizzato per realizzare progetti che, nel rispetto delle tradizioni e di «madre Terra», si propongano di conservare e anzi di incrementare le economie di sussistenza come vorrebbero alcuni esperti delle Nazioni Unite, tra cui l'ex relatore Onu per il diritto all'alimentazione e ora consulente del Consiglio Onu per i diritti umani, Jean Ziegler. A chiederlo sono anche le organizzazioni non governative e le associazioni che hanno dato vita al Forum alternativo in corso a Roma, secondo le quali è stato il tentativo di industrializzare le attività agricole, ittiche e pastorali a rovinare l'economia mondiale: «Rifiutiamo l'agricoltura industrializzata - si legge nel documento del Forum - come la "rivoluzione verde" e la "rivoluzione blu" per la pesca...Tutto ciò che ha distrutto l'agricoltura in piccola scala e le pratiche di pesca tradizionali». Il gesuita economista Soosai Arokiasamy si azzarda addirittura a sostenere che, prima delle politiche economiche volute dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale, l'India aveva l'autosufficienza alimentare e invece oggi i contadini spesso si suicidano. Le economie di sussistenza, oltre a determinare sempre sistemi sociali autoritari, gerontocratici e patriarcali, sono per definizione economie fragili e spesso critiche in ragione della loro bassissima capacità produttiva: inoltre, in condizioni ottimali, assicurano la sussistenza, certo non il soddisfacimento generale di bisogni ormai considerati diritti universali: dall'acqua potabile alla luce elettrica alla medicina moderna. Dove ancora prevalgono, la povertà dilaga tanto più se si aggiunge il danno immenso causato dalla pessima amministrazione delle risorse disponibili. In tanti stati, soprattutto in Africa e Asia, corruzione e malgoverno trasformano le ricchezze nazionali in beni personali delle leadership al potere. Ed è proprio su questo secondo fattore che è necessario agire per quanto possibile e con mano decisa per non vanificare i sacrifici finanziari che ci apprestiamo a sostenere in favore dei più poveri. La Fao ha indicato tra i paesi più a rischio a causa dell'aumento del prezzo dei prodotti alimentari il Niger e l'Eritrea. Subito dopo vengono il Kenya e lo Zimbabwe. Delle cause della crisi economica in Zimbabwe si sa. Quanto al Kenya, ha da poco risolto una grave crisi post-elettorale creando un governo che accoglie maggioranza e opposizione e, per farlo, ha praticamente raddoppiato i ministeri, moltiplicando gli oneri economici che la nazione deve sostenere per mantenere l'apparato statale. L'Eritrea è considerata una delle peggiori dittature del mondo. Il lunghissimo servizio di leva che impone ai suoi giovani non è che una delle istituzioni responsabili della povertà in cui versa la popolazione. Per finire, il Niger, ultimo nell'Indice dello sviluppo umano, sta per varare una legge che aumenta stipendi, indennità e privilegi dei parlamentari nonostante che manchi denaro per i servizi sociali di base. Invece di fare, come al solito, i conti in tasca all'Occidente, il presidente della Fao dovrebbe chiedere conto di come amministrano i loro paesi questi governi e tanti altri, che della povertà sono i primi responsabili.
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Ragionpolitica, periodico on line n.266 del 4/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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