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L'ospite sgradito

di Alexandra Javarone - 5 giugno 2008

«Il mondo è gestito da incompetenti». E' quanto affermato dal Presidente iraniano Ahmadinejad, giunto a Roma per partecipare alla conferenza organizzata dalla Fao «per arginare la dilagante crisi alimentare che affligge il globo» ed in particolare i Paesi in via di sviluppo. Il vertice, cui hanno preso parte centinaia di delegazioni, giunte da ogni parte del mondo, si concluderà il prossimo 5 giugno. Un generico plauso incoraggerà, allora, l'organismo internazionale a prendere le necessarie misure per dar maggior vigore, o visibilità, alle proposte, avanzate dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, «per aumentare del 50% le derrate alimentari entro il 2030».

L'attenzione dei media, come prevedibile, si è concentrata attorno alla partecipazione del presidente persiano al summit internazionale, pronti a coglier l'immensa contraddizione scaturita dall'alter ego delirante di una diplomazia internazionale che da una parte s'affanna a ricercare un piano ventennale per arginare il flagello della fame nel mondo e, dall'altra, accoglie nei propri palazzi «affamatori di popoli e civiltà», non senza assicurar loro i privilegi del caso, come magari l'allontanamento di un giornalista, sgradito al regime. Le contraddizioni sono evidenti, eppure fuori dal mastodontico palazzo di marmo bianco, innalzato alle spalle delle rovine delle Terme di Caracalla, allontanato alla stregua di un ospite sgradito, Ahmad Rafad, reporter di Adn Kronos Int., è rimasto fuori per render più confortevole il soggiorno del presidente canaglia, lo stesso uomo che inietta scellerata violenza nelle coscienze degli iraniani o che fornisce munizioni e armamenti a miliziani iracheni, libanesi e palestinesi, accusando, al contempo, l'Occidente «delle angherie» cui sarebbero sottoposte le popolazioni mediorientali, «coinvolte nel conflitto satanico statunitense».

Il moralizzatore di Teheran, sentitosi anche più forte dopo l'invito a partecipare alla conferenza «per salvare il mondo dalla fame», proprio alla vigilia del viaggio a Roma (durante la festa organizzata per il 19° anniversario dalla morte di Komeini) si è perfino lasciato andare alla diabolica retorica di morte contro la nazione sionista: «è alla fine e sarà presto eliminato dalle carte geografiche. Il Regime sionista criminale e terrorista, che possiede una lunga storia di 60 anni di saccheggi, aggressioni e crimini è alla fine. La potenza dei tiranni (America ed Israele) è destinata a tramontare; con la vigilanza e la solidarietà tra popoli tutte le forze sataniche se ne andranno e la giustizia trionferà». In seguito a tali affermazioni, il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha annullato l'incontro, previsto per il prossimo 9 giugno, con l'ambasciatore di Teheran. Mentre Roma ha spento le luci in piazza Campidoglio, abbattendo, infine, l'onta immobile ed impenetrabile del silenzio, per lanciare un segno tangibile, per quanto simbolico, di solidale appoggio alla manifestazione, promossa da «il Riformista», contro il regime dispotico del presidente iraniano. Un atto dovuto, ma non scontato, attraverso il quale, Roma ha rimarcato il proprio dissenso avverso a chi propone e promuove ideali antidemocratici e distruttivi, quali la cancellazione di un altro Stato (Israele nel caso specifico), la tortura e l'impiccagione. Il quotidiano Kargozaran ha rivelato che sono circa cento in Iran i giovani ragazzi in attesa di un'infame esecuzione che segnerà la loro fine, colpevoli, se così può dirsi, d'aver ucciso «in stato di legittima difesa» perché vittime di abusi e soprusi. I missili hanno, allora, portata più ampia di quanta non ne abbiano i diritti ed anche la tecnologia nucleare aumenta al pari dell'odio contro Israele, contro l'Occidente, in nome di Dio, pure a costo della fame, nonostante gli appelli o le dichiarazioni d'intenti internazionali.

Alexandra Javarone

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