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numero 280
6 marzo 2008
 
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La RU486 è incompatibile con la legge 194

di Vito Di Lernia - 10 giugno 2008

Vantano un boom nei consumi della pillola abortiva RU486 le Regioni amministrate dalla sinistra: il primato è dell'Emilia-Romagna, con 563 prescrizioni nel 2007, pari alla metà del totale di tutto il territorio italiano. Alcuni assessorati regionali alla sanità hanno infatti da tempo spianato la strada ad un farmaco tuttora privo dell'autorizzazione all'uso clinico da parte dell'Emea, l'autorità sanitaria europea, e che quindi viene importato dall'estero in virtù di una interpretazione fuorviante dell'articolo 15 della legge 194. Quest'ultimo prevede la promozione di tecniche alternative all'aborto chirurgico qualora le stesse siano più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per la sua salute. Di fatto, però, le esperienze sull'uso della pillola abortiva finora ci dimostrano che si tratta di una procedura incerta e spesso dolorosa, con un rischio non trascurabile di emorragia, e che una percentuale compresa tra il 5 e il 10% delle pazienti deve comunque ricorrere all'aborto chirurgico per inefficacia del trattamento farmacologico sostenendo quindi due procedure abortive consecutive.

Eppure il ricorso alla pillola RU486 può essere considerato incompatibile con l'articolo 8 della stessa legge, che stabilisce che l'interruzione di gravidanza deve essere effettuata all'interno delle strutture sanitarie pubbliche. Nell'aborto chimico, infatti, è solo la somministrazione delle due pillole ad essere messa in atto in ospedale: la donna non sa quando abortirà e nell'80% dei casi l'espulsione dell'embrione morto si verificherà durante la terza giornata, nelle 24 ore successive all'assunzione del secondo farmaco. La donna, in pratica, viene abbandonata a se stessa nella gestione di questo evento doloroso. Viene da chiedersi se questo impegno nel favorire il ricorso alla gestione domiciliare dell'interruzione volontaria di gravidanza non corrisponda ad un disegno politico che preveda, in futuro, di delegare il più possibile la responsabilità di questo atto dal medico alla paziente, liberando le strutture pubbliche dal peso di un intervento poco gratificante per i ginecologi e dalle crescenti difficoltà di garantire l'aborto chirurgico a fronte del frequente ricorso all'obiezione di coscienza da parte dei sanitari.

Per risultare efficace, il ricorso alla pillola abortiva richiede tempi molto stretti: l'assunzione deve essere molto precoce, entro sette settimane dall'inizio della gestazione. Questo significa che la gravidanza deve essere riconosciuta immediatamente, confermata dai test e dall'ecografia. Siccome la legge 194 prevede che la donna disponga di sette giorni per decidere con certezza l'interruzione di gravidanza, ci si domanda se questi tempi minimi, chiudendo ogni spazio alla riflessione, non prevedano una regolare disapplicazione della legge, che stabilisce all'articolo 5 che «il consultorio e la struttura socio-sanitaria hanno il compito, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

La disinformazione descrive la pillola abortiva come un metodo dolce, semplice e psicologicamente più accettabile rispetto al metodo chirurgico tradizionale. Gli studi disponibili in letteratura dimostrato però che l'aborto chimico risulta un'esperienza positiva solo nel 58% dei casi. Talora viene descritta come dolorosa e terribile, vissuta nella solitudine e nella paura. «Nessuno mi aveva detto che mi sarei trovata da sola, nel bagno di casa mia, mezza priva di sensi dal dolore delle perdite di sangue, a tirare lo sciacquone che si portava via quello che sarebbe stato un bambino. Ero nel panico, sono tornata al Centro Salute Donna e lì mi hanno detto che era tutto normale» ha raccontato ai giornali una studentessa universitaria di Piacenza. A conferma di questa testimonianza, che potrebbe essere interpretata come un episodio isolato privo di valore statistico, viene segnalato l'aumento di richieste di aiuto nel post-aborto, in parte determinate dal possibile riconoscimento dell'embrione abortito. Intanto, nel dibattito che si è sviluppato attorno a questo argomento, le parti della legge che parlano di rimozione delle cause delle interruzioni di gravidanza, dal sostegno alle maternità difficili alla creazione di una rete di servizi su misura, sembrano essere rimaste lettera morta.

Vito Di Lernia

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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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