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6 marzo 2008
 
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L'Ue approva il nuovo corso italiano

di Fabrizio Goria - 7 giugno 2008

L'Italia, almeno sulla carta, risulta promossa dall'Ue per quanto riguarda le previsioni sui conti pubblici. Approvazione senza riserve di Jean-Claude Junker, presidente dell'Eurogruppo, che ha sancito il vero cambio di tendenza dell'economia italiana, dopo il biennio disastroso di Romano Prodi. Ma la strada è ancora in salita. «Il piano di Giulio Tremonti va bene: sia le misure già adottate che quelle annunciate per il futuro. L'Italia deve continuare con il consolidamento dei conti e tutto ciò che va in questa direzione è benvenuto». Con queste parole Juncker ha teso la mano al ministro dell'Economia, confermando le indiscrezioni che prevedevano un largo consenso delle misure che prevedono un esborso pubblico di 30 miliardi di euro in tre anni per riportare nel 2011 i conti pubblici al fatidico pareggio di bilancio. Operazione non facile, data la congiuntura in cui si trova l'economia europea e date tutte le difficoltà strutturali che fanno sì che il nostro paese risenta maggiormente delle varie crisi in atto.

Secondo le ultime stime di Bankitalia, il Pil crescerà nel 2008 dello 0,5% ed il deficit pubblico si attesterà intorno al 2,5%, salvo poi salire nel 2009 fino a quota 2,7%, pericolosamente vicino al limite massimo dettato da Maastricht. Inoltre, da non sottovalutare, il clima inflattivo che permea i nostri settori economici: i beni di prima necessità hanno già sorpassato il valore simbolico del 5% di tendenziale, mentre la cifra aggregata è intorno al 3,6%, percentuale destinata a salire nei prossimi mesi. Ancora, la crisi petrolifera che ha visto i carburanti, nel giro di due anni, aumentare in media del 25%, senza contare la sola crescita del gasolio, tale da rallentare la vendita di autoveicoli diesel nell'ultimo trimestre. Come se non bastasse, il settore privato e pubblico, entrambi in perenne difficoltà, specialmente il secondo. L'arrivo di Renato Brunetta al ministero della Funzione Pubblica potrà servire realmente a rivoluzionare un covo di lassismo e assistenzialismo senza ritegno? Se lo lasciano lavorare come sa, l'economista veneziano sarà capace di grandi cose, altrimenti fallirà come i predecessori. Ma se il pubblico non va bene, il privato meglio non va: tasse inique ed improduttive, burocrazia asfissiante, meritocrazia quasi nulla, innovazione scarsa, oneri sociali inadeguati, politiche espansive mai viste. Le nostre imprese scalpitano molto e solo pochi riescono a fare il reale salto, una su tutte la Geox di Mario Moretti Polegato, la cui storia ricorda quella di un film.

In questo clima, assolutamente semplificato ai minimi termini, il compito che attende Tremonti non è dei più semplici. Dalla sua ha che Tommaso Padoa Schioppa ha potuto far poco, schiacciato dalle contingenze interne alla coalizione di Prodi. Migliorar il lavoro di TPS non sarà quindi opera difficile, ma lavorare con un occhio al mercato ed uno all'economia reale sembra non essere nell'ottica di Tremonti. «Una Finanziaria che impegna il Parlamento da settembre a dicembre è un film dell'orrore che non voglio più proiettare» ha affermato il ministro, preannunciando che entro luglio ci sarà il varo di un decreto da 10 miliardi, da agganciare successivamente al Dpef (documento di programmazione economico-finanziaria). Tutte innovazioni volte a snellire il sistema, eppure sembra che manchi qualcosa. Un pizzico di spregiudicatezza in più nel settore delle liberalizzazioni non sarebbe deleterio per un esecutivo che si definisce liberale. Allo stesso modo, evitare di cadere nell'errore di aggregare tutte le decisioni economiche in mano allo Stato è fondamentale. Si, perché si deve pensare al mercato come ad un torrente che, se imbrigliato, trova uno sfogo sempre e comunque. Nel nostro caso sono i mercati over the counter ad essere la via di fuga, oppure l'allocazione di risorse finanziarie in asset esteri, più redditizi di quelli nostrani.

L'urgenza è quella di rimettere in ordine i disastri lasciati dal recente passato ma, una volta terminato questo lavoro, l'obbligo è quello di continuar il percorso lasciato a metà due anni or sono. L'importante è che si guardi anche ai mercati, non solo allo Stato, che di potere ne ha fin troppo.

Fabrizio Goria

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