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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il parto anonimo e le culle «salvabebè»

di Irene Rebora - 10 giugno 2008

Ogni anno in Italia sono circa 3.000 i neonati che vengono abbandonati: alcuni, più fortunati, riescono a sopravvivere, altri purtroppo non riescono a superare quelle che, talvolta, sono condizioni climatiche rigide o condizioni di salute già cagionevoli di partenza. La grave piaga dell'abbandono dei neonati è stata affrontata dal legislatore italiano, che già dal 1975 ha previsto per la donna la possibilità di partorire nell'anonimato. In Italia, come in Francia, prima dell'intervento legislativo era radicato l'intervento caritatevole, cioè quello di ricoveri religiosi, od altre strutture, che si dotavano delle cosiddette «ruote degli esposti» dove potevano essere abbandonati i neonati, dando loro una chance di sopravvivenza. L'Italia, come la Francia ed altri paesi europei, ha poi introdotto l'istituto del parto anonimo, che permette alle donne di partorire in condizioni igieniche e sanitarie adeguate, all'interno di strutture ospedaliere, avendo però la possibilità di non riconoscere il bambino, ma soprattutto di mantenere la segretezza in ordine alle informazioni identificative.

Il legislatore italiano ha potuto percorrere questa strada per via del fatto che nel nostro ordinamento il rapporto di filiazione non si genera al momento della nascita, ma in un momento successivo. Nella dichiarazione di nascita, che può essere compiuta dai genitori, dall'ostetrica, dal medico, da un procuratore speciale o comunque da chi abbia assistito al parto, deve essere rispettata la volontà della madre di restare anonima, indipendentemente dal fatto che la donna sia o no coniugata. In un caso come quello descritto, se neppure il padre decide di fare il riconoscimento, il bambino risulterà essere figlio di ignoti e da lì inizierà la sua piccola grande avventura per poter essere adottato da una nuova famiglia. A ciò va aggiunto che il Tribunale per i minorenni o, più probabilmente, i servizi sociali si preoccuperanno di incontrare la madre naturale - e il padre, se reperibile e conosciuto - per informare adeguatamente la donna di quelle che sono le conseguenze del parto anonimo e quindi del mancato riconoscimento del bambino: la legge, infatti, con relativa sospensione della procedura di adottabilità per un termine non superiore ai tre mesi, permette ai genitori naturali di chiedere un termine ulteriore per poter riconoscere il loro bambino. Come specifica chiaramente il Codice della Privacy del 1996, la donna che si è avvalsa del diritto di ricorrere all'istituto del parto anonimo ha la garanzia che il figlio non avrà alcuna possibilità di accedere alle informazioni identificative concernenti i genitori (o il genitore) biologici.

La possibilità del parto anonimo in Italia ha dato buoni risultati: molte donne si sono avvalse di tale facoltà e hanno partorito in ospedali, anche garantendo a loro stesse delle corrette cure sanitarie. Eppure, l'informazione in ordine a tale possibilità non può necessariamente arrivare in tutti i meandri di una società sempre più multietnica e multiculturale. Purtroppo molte donne, specialmente straniere e quindi poco avvezze alla lingua, e tanto meno alle norme italiane, si sono trovate, a seguito di condizioni economiche, culturali e sociali degradanti, ad abbandonare i loro neonati: forse è proprio per questa ragione che alcuni ospedali italiani, fra cui l'Ospedale degli Innocenti di Firenze, che fu sito di una delle «ruote» storicamente più famose d'Italia, ha deciso già da qualche anno di restaurare una forma, per così dire, aggiornata della ruota dei trovatelli all'esterno della struttura, sulla falsariga dei baby-sportelli già aperti in Germania, Svizzera, Svezia, Danimarca e Romania.

Questa nuova «ruota» è chiamata «culla salvabebè» ed è appunto sita nella parte esterna delle strutture ospedaliere: si tratta di una culla, dotata del corretto ricambio d'aria e di una temperatura adeguata, che si apre tramite uno sportello esterno e che, nel momento in cui viene chiuso, fa scattare un allarme acustico che richiama l'intervento degli addetti. Molte sono le città italiane che ne sono dotate, tra cui Milano, Brescia, Treviso e Roma. Già nel 2005, l'allora ministro delle Pari Opportunità, Stefania Prestigiacomo, aveva segnalato come la legge italiana fosse avanzata nel dare la possibilità alla partoriente di mantenere l'anonimato, ma aveva anche denunciato la poca informazione che, come si diceva, riguarda prettamente le fasce più a rischio della società e le donne immigrate, che, specie se non in regola, tendono a non avere contatti con le istituzioni e quindi nemmeno con i centri ospedalieri. Dai singoli progetti di varie città italiane è anche nato un maggiore interesse per questa duplice esigenza: salvare un bambino e dare un'assistenza dignitosa alla madre. Molti sono i numeri verdi che sono attivi sul territorio e molte sono le iniziative tese a dare un sostegno ginecologico, ma anche psicologico, a donne incinta ed in difficoltà.

E' auspicabile che anche gli Enti locali si facciano sempre più carico di un'iniziativa coordinata con le aziende ospedaliere del territorio, per accogliere i bambini abbandonati e, forse in misura ancora maggiore, per organizzare un vero e proprio sistema informativo, specialmente rivolto alle fasce più deboli della popolazione, su quelle che sono le opportunità offerte dalla legge. Ciò che ci si augura è sicuramente di sentire sempre meno episodi di bambini gettati all'interno di cassonetti od altrove, ma di certo sembra giusto segnalare che, ancor più dell'intervento del legislatore, peraltro già presente, l'arma che ogni donna ed ogni famiglia ha fra le proprie mani è l'informazione.

Irene Rebora

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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