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Myanmar, dramma senza finedi Marina Paci - 10 giugno 2008 Crisi delle organizzazioni sovranazionali e delle superpotenze occidentali, paralisi della diplomazia e vittoria degli interessi economici su quelli del rispetto dei diritti umani. Tutto questo è ben sintetizzato in due immagini che arrivano dal Myanmar del ciclone Nargis: le navi americane, cariche di cibo e beni di prima necessità, che dopo settimane di sosta forzata a largo delle coste birmane ripartono senza i permessi del regime per sbarcare; ed i primi «boat people» che fuggono da morte certa nelle zone del disastro. Fonti non ufficiali stimano in almeno 100 mila i profughi, che dal Delta del fiume Irrawaddy e dalla regione di Yangon - le più colpite - hanno raggiunto Mae Sot, al confine con la Thailandia, in cerca dei soccorsi che il loro governo gli nega. Tra le strette di mano del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, con Than Shwe - il capo della Giunta birmana, che aveva promesso di aprire a «tutti» i soccorritori stranieri - e le ultime dichiarazioni ottimistiche della diplomazia internazionale, ci sono quasi un milione e mezzo di persone che aspettano ancora di ricevere i primi soccorsi. Il 23 maggio, dopo l'incontro con il generalissimo, Ban aveva parlato di «svolta» nella gestione della crisi. Ma finora abbiamo assistito solo ad un peggioramento: il programma «riabilitazione» avviato dal governo di Naypydaw, infatti, si è scoperto consistere per lo più nello «sfratto» degli sfollati dai loro miseri ripari e nel loro impiego in lavori forzati per ricostruire le infrastrutture distrutte dalla furia di Nargis. E mentre si sprecano gli appelli ai generali per il rispetto degli impegni presi, la propaganda di regime continua a dare addosso all'Occidente e a confezionare verità per una popolazione ormai sfiduciata. «La nostra miseria non finirà, se il mondo rimane solo a guardare», titola un recente editoriale del quotidiano online The Irrawaddy, della dissidenza birmana. A credere alle promesse di un regime tra i più disumani al mondo, che per prendere tempo si serve della debolezza e della divisione interna alla comunità internazionale, sono rimasti in pochi. Tra questi Piero Fassino. Ieri da Hanoi, per incontri con le autorità del Vietnam, l'inviato speciale dell'Unione Europea ha invitato i leader birmani ad assicurare il rapido e libero ingresso a tutti gli aiuti internazionali e ai team medici. Fassino ha poi sottolineato l'importanza del ruolo svolto dall'Asean, l'Associazione regionale del Sud-Est asiatico, nella questione della ex Birmania. Peccato che per ora Asean e Onu - gli unici partner ammessi dai generali per coordinare gli interventi di soccorso - non abbiano fatto altro che assistere impotenti alla mala gestione dei fondi stanziati per gli aiuti, puntualmente intascati dalla Giunta e dai suoi scagnozzi. Gli interessi economici e strategici di Cina, India e Thailandia, tra i maggiori alleati della Giunta, inibiscono un intervento più risoluto, invocato dalla stessa popolazione birmana. Pechino, pur prodiga nel soccorrere la sua gente sotto le macerie dell'ultimo terremoto in Sichuan, continua a bloccare al Consiglio di Sicurezza ogni iniziativa contro il Myanmar, colpevole di un vero e proprio omicidio di massa. Finiamo così per accontentarci di poco e salutiamo come un segno positivo l'arrivo ieri, per la prima volta, di quattro elicotteri delle Nazioni Unite nella regione del Delta, dimenticando che, in 38 giorni dal disastro, l'Onu ha potuto usare un solo elicottero e far entrare poco più che un centinaio di esperti. In Birmania stiamo rinunciando alle nostre responsabilità ed è desolante che nessuno se ne accorga. Marina Paci |
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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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