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Parola d'ordine: innovaredi Aurora Franceschelli - 12 giugno 2008 Edificare uno Stato moderno: questo è un imperativo dal quale il nostro Paese non può prescindere per imboccare, finalmente, un percorso virtuoso. Su questo terreno diventa fondamentale il ruolo della politica, che deve riprendersi il ruolo di indirizzo che le compete e che proviene dal mandato popolare. Ecco perchè, in un contesto di evoluzione della società e dei nuovi problemi che la attanagliano sotto l'onda d'urto delle spinte globali, la politica deve sapersi porre anche, ove necessario, come soggetto che non può e non deve piegarsi a quegli eccessi che in passato sono provenuti da minoranze della società organizzata, da gruppi d'interesse e da lobby chiuse ed autoreferenziali. Quella intrapresa dal Governo Berlusconi IV appare a tutti gli effetti una vera e propria missione: dare una nuova impronta all'Italia sovvertendo quell'ordine precostituito, cristallizzato su uno zoccolo duro di privilegi, che ha finito per disgregare il nostro tessuto socio-economico e il nostro modello di welfare state. Lo Stato, quale ente detentore del potere conferitogli dalla società, deve necessariamente assumersi la responsabilità, attraverso le istituzioni che lo compongono, di rinnovare il suo sistema di organizzazione proprio per far fronte a quei cambiamenti della società che, con la globalizzazione, non è più riuscito a governare. E' in questo quadro che la parola d'ordine è diventata «innovare»: si va dalle riforme istituzionali, in relazione alle quali è emersa la necessità di dare più poteri al presidente del Consiglio e di ridurre i tempi della legificazione attraverso la riforma del bicameralismo perfetto, alla riforma della Pubblica amministrazione, che dovrebbe introdurre nel funzionamento della macchina pubblica i principi del merito, della premialità e della responsabilizzazione; e ancora, dal ridimensionamento del sistema elefantiaco delle leggi alla riforma di una scuola inadeguata e incapace di preparare i giovani al mondo del lavoro. Innovare, in sostanza, significa avviare un processo di sviluppo che, partendo dallo Stato, «lubrificandone gli ingranaggi» arrugginiti, inneschi una reazione a catena anche sulla società. Una società su cui ha gravato il peso di un Welfare State che, visti i cambiamenti apportati dai processi di sviluppo globali, deve assolutamente rigenerarsi: è sulla via di una revisione della logica che lo ha sorretto che il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si propone di edificare un nuovo modello di «welfare positivo e attivo», che sia in grado di ribaltare la vecchia logica paternalistica ed assistenziale e, soprattutto, che sia capace di intervenire in anticipo rispetto ai bisogni sempre più articolati di una società che cambia. Andar dietro ai cambiamenti e saper adeguare ad essi il sistema di sviluppo del nostro paese rappresenta la logica a cui si ispira il Governo Berlusconi. Ecco perché, anche su un tema cruciale quale quello del lavoro, il nostro Esecutivo si sta adoperando per innescare una revisione profonda, in grado di smuovere, dalle fondamenta, quei meccanismi anacronistici di contrattazione collettiva che hanno anestetizzato il nostro sistema di sviluppo frenandone la competitività. Il sistema contrattuale italiano, troppo centralista, rappresenta sicuramente uno dei fattori che hanno contribuito ad ingessare il nostro sistema produttivo; i contratti nazionali di categoria, ad oggi quasi 500, sono un fardello che pesa sulla capacità di sviluppo professionale di qualsiasi lavoratore, poiché l'egualitarismo salariale, se da una parte accresce il potere dei sindacati, dall'altra contribuisce a disincentivare il lavoro produttivo e ad accrescere la sacca dei privilegiati. Ecco perché, dopo la riforma Biagi, che ha consentito al nostro Paese di accrescere l'inclusione sociale attraverso l'introduzione di una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro, diventa fondamentale, ora, riuscire ad avviare una riforma del sistema contrattuale che consenta non solo una revisione delle relazioni industriali, nella direzione di una maggiore partecipazione e cooperazione tra le parti, ma anche l'inizio di una nuova fase per il nostro sistema Paese, dove spostare il baricentro della contrattazione sui salari da un piano nazionale ad un piano di secondo livello dovrebbe costituire una leva in grado di incentivare la produttività ed accelerare la crescita economica. Purtoppo oggi in Italia i cosiddetti contratti integrativi non sono molto diffusi e i contratti di categoria, di conseguenza, tendono ad assorbire la maggior parte della retribuzione, che spesso, invece di rappresentare la giusta remunerazione della capacità produttiva e professionale del lavoratore, viene utilizzata come strumento di redistribuzione. La contrattazione di secondo livello, che può avere le sue declinazioni a livello aziendale, territoriale ed addirittura individuale, può rappresentare un'utile strumento in grado non solo di incentivare la produttività, ma anche di far recuperare ai lavoratori quel potere d'acquisto che in questi anni hanno perso. Rilanciare la competitività delle nostre imprese significa anche eliminare, come ha proposto il ministro de Lavoro Sacconi, quell'eccesso di leggi, vincoli e precetti che imbrigliano, come lacci e laccioli, lo sviluppo del nostro tessuto economico. Insomma, il ministro ha proposto una deregulation del rapporto di lavoro che, se da una parte si propone di eliminare le rigidità che spesso lo caratterizzano (si prevede, ad esempio, di ridimensionare i vicoli sul tempo parziale e il superamento dei libri paga), dall'altra non andrà assolutamente a smantellare il sistema di tutele dei lavoratori.
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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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