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Somalia. Pace fatta, anzi nodi Anna Bono - 12 giugno 2008 Per organizzare i colloqui di pace iniziati a Gibuti il 31 maggio tra governo somalo e Ars, l'Alleanza per la ri-liberazione della Somalia con sede in Eritrea che riunisce diversi gruppi somali dell'opposizione, c'è voluta la mediazione di Nazioni Unite, Unione Europea, Lega degli Stati Arabi, Organizzazione della conferenza islamica, Unione Africana, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Gibuti e Arabia Saudita. Il risultato dei negoziati è un accordo solenne in 11 punti firmato il 9 giugno «nel nome di Allah, il più benevolo e il più misericordioso» in base al quale le parti si sono impegnate ad una tregua della durata di 90 giorni, rinnovabili, su tutto il territorio nazionale: tregua che dovrà entrare in vigore a trenta giorni dalla data della firma. Governo e Ars concordano nel chiedere alle Nazioni Unite «l'autorizzazione e l'impiego di una forza di stabilizzazione da parte delle nazioni "amiche" della Somalia esclusi gli Stati confinanti», nell'istituire entro 15 giorni dalla firma «un comitato ad alto livello, presieduto dall'Onu, (...) per vigilare sulla cooperazione politica tra le parti e sulle questioni della giustizia e della conciliazione», problemi che saranno discussi «in una conferenza che avrà inizio il 30 luglio», e nell'appellarsi «alla comunità internazionale per la fornitura di adeguate risorse per l'applicazione e la vigilanza» dell'accordo sollecitando a tal fine la convocazione entro sei mesi di una «conferenza internazionale per lo Sviluppo e la Ricostruzione della Somalia». Del ruolo passato e futuro della Amisom, la missione di peacekeeping dell'Unione Africana da oltre un anno sul terreno senza esiti di rilievo, non vi è traccia nel documento nel quale invece, fortunatamente, si fa esplicita menzione della disperata situazione «umana e umanitaria» e del sacrificio imposto a un'intera generazione di giovani somali privati di «istruzione e sviluppo». In considerazione di ciò i firmatari promettono di «prendere tutte le misure necessarie per assicurare il libero accesso umanitario e l'assistenza alle popolazioni colpite». Per finire, il governo assicura, «in conformità con la decisione già presa dal Governo Etiopico», il ritiro delle truppe di Addis Abeba che finora hanno difeso le istituzioni politiche e l'Ars annuncia una «solenne dichiarazione pubblica» di cessazione e condanna di ogni tipo di violenza armata e di dissociazione «da ogni individuo o gruppo armato che non aderiscono ai termini» dell'accordo. Quello di Gibuti sembrerebbe dunque uno straordinario passo avanti verso la soluzione di un conflitto che dura ormai da 18 anni, tanti ne sono trascorsi dalla caduta del dittatore Siad Barre nel 1991. Il condizionale però è d'obbligo per due fondamentali motivi. Il primo è che dal 1991 di accordi i clan somali che si contendono il potere politico ne hanno firmati altri e in particolare uno, che era sembrato conclusivo: quello del 2004 siglato dai leader dei quattro clan maggiori a Nairobi, Kenya, grazie al quale sono nate le attuali istituzioni politiche di transizione. Questo non ha impedito ai «signori della guerra» di continuare a combattere per la supremazia con i ben noti drammatici effetti sulle condizioni di vita della popolazione: l'Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari ha appena pubblicato a Ginevra un aggiornamento dal quale emerge che entro fine anno il numero di somali bisognosi di assistenza salirà a 3,5 milioni, se continuerà l'attuale stato di crisi; già adesso il 35% della popolazione dipende dagli aiuti per un totale di circa 2,6 milioni di persone. Il secondo motivo di perplessità riguarda il valore da attribuire all'accordo. A garantire per il governo somalo è stato il primo ministro Nur Hassan Hussein. Per l'Ars ha firmato lo sceicco Sharif Ahmed, che ne è presidente. Ma secondo il vice-presidente dell'Ars, Zakariya Mahmud, Ahmed non rappresenta più l'Alleanza e addirittura verrà presto destituito dalla carica. Ai negoziati di Gibuti inoltre non ha partecipato l'Unione delle Corti Islamiche, la coalizione di lignaggi e clan che nel 2006 era quasi riuscita a prendere il potere e che tuttora combatte contro il governo a Mogadiscio e in parte del territorio nazionale, malgrado la presenza delle truppe etiopi e della Amisom. Uno dei suoi leader, Hassan Dahir Aweys, ha subito respinto l'accordo: «Ritengo che l'esito della conferenza non avrà alcun impatto sulle ostilità - ha dichiarato - noi continueremo a combattere finché non avremo liberato il nostro paese dai nemici di Allah».
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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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