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Analisi senza realtàdi Raffaele Iannuzzi - 12 giugno 2008 Bertinotti ha colto, in un saggio destinato alle colonne della sua rivista Alternative per il socialismo, e in larga parte anticipato su La Repubblica, un passaggio decisivo: «Ora l'Italia è davvero entrata in una nuova era politica». E' finito il dopoguerra. E' finita la Dc. L'asse del sistema politico si conforma al bisogno di governo che le società complesse manifestano e in modalità sempre meno prevedibili. La nuova era è stata battezzata in molti modi, c'è anche chi parla - e con buone ragioni - di capitalismo 3.0, di politica nella rete, cioè nel web 2.0. In sostanza, è cambiato tutto. La sinistra è, invece, rimasta ancorata a intelligenti analisi e disegni di scenari - Bertinotti ne è una prova tangibile e rilevante - a fronte dei quali non c'è alcun progetto politico. Solo parole per capire, ma nessuno strumento per governare. Quando l'analisi è avanzata, ma la politica è arretrata, si fanno solo battaglie di retroguardia. Questa è la condizione attuale della sinistra. Almeno di quella parte della sinistra che non rinuncia all'idea del conflitto e dell'antagonismo come motore politico della società postmoderna. Sia chiaro: il conflitto è inestirpabile anche nelle società democratiche contemporanee, ma esso è residuale rispetto all'obiettivo della politica, che è governare sistemi sociali, economici, culturali e religiosi sempre più stratificati e complessi. L'idea di «sistema», così centrale negli anni Ottanta, è tornata con forza nella realtà quotidiana della politica. Sistemi integrati; sistemi con «voci» di protesta; sistemi dotati di canali di accesso sempre più regolati dall'esterno (il caso del predominio della Ue sulla sovranità dei singoli Stati): tutto questo depotenzia la possibilità di accendere conflitti estenuanti in una società in cerca di ordine e di autoregolazione. E' una domanda condivisa ed oggi è la realtà e non più l'ideologia a riconfigurare l'azione politica. Non tanto perché si viva in una non meglio definita «società post-ideologica» - questa è la sciocchezza più colossale partorita da una sociologia d'accatto ad uso e consumo delle élites in affanno - quanto perché mentre prima le ideologie, cioè le visioni globali della società e della realtà, riuscivano a trainare pezzi interi di collettività in quanto essi si erano costituiti attraverso questi messaggi ed avevano creato il loro spazio vitale delegando quasi tutto alle organizzazioni, oggi la società si è atomizzata e, dunque, l'ideologia nel senso sopra descritto serve solo a tenere insieme l'io, anzi l'ego, ma non scalfisce il tessuto profondo del vivere associato. Allora qui Bertinotti sbaglia e si comprende bene perché la sinistra non riesca a fare un passo verso la vittoria. Definire la storia italiana secondo i criteri mitografici dell'antifascismo, religione civile che dovrebbe essere universalmente riconosciuta da tutti i cittadini, equivale a fare un'operazione non più percepibile su base generazionale. In un mondo senza più tradizione e memoria, grazie anche alla devastazione nichilista e libertaria-radicale pompata da quell'altra parte di sinistra, quella del Pd, ieri partito radicale di massa, oggi partito di ex senza futuro (diagnosi di Berselli e Diamanti, non di analisti di centrodestra), come si può pensare che l'unico linguaggio della memoria sia quello di una sola parte politica? Pensare che l'Italia di oggi sia colpevolmente «a-fascista», cioè priva di identità, quindi «a-antifascista» (ecco la radice della colpa: negare l'antifascismo), laddove il Bene sarebbe ancora una volta delegabile alla sola memoria della vittoria storica di una parte sull'altra, equivale a glorificare l'assunto benjaminiano secondo il quale la storia la fanno sempre i vincitori. Bertinotti conosce bene Benjamin e sa che questo criterio cancella oggi anche la sua posizione. A favore della destra. Un cortocircuito mentale, un rompicapo dal quale egli non riesce ad uscire. E' il mondo creato ad immagine e somiglianza della sinistra che è finito, non il mondo in quanto tale. Gli operai non votano più la sinistra perché la realtà non abita più nell'universo culturale di quest'ultima. Tutto qua. Questo è il «vuoto della sinistra politica». Il vuoto scavato nella realtà dalla realtà stessa. A mille miglia di distanza dai conflitti partoriti a sinistra.
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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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