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Dove sono finiti i partiti?di Gabriele Cazzulini - 14 giugno 2008 In soli due mesi dalle elezioni la politica italiana si è emancipata dal peso dai partiti. E' una rivoluzione che passa inosservata perché la pressione dei partiti sulla vita pubblica era talmente opprimente che adesso sembra volatilizzato persino il loro ricordo. Eppure l'anno scorso il governo era lacerato da conflitti tremendi. Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Ds, Margherita, Udeur erano i nomi che occupavano stabilmente i titoli dei giornali. La cronaca parlamentare era costretta a inseguire presidenti, segretari, coordinatori, funzionari e qualunque esponente di partito il cui semplice movimento delle labbra poteva produrre disastri sul governo. Il dibattito politico era scritto sulla falsariga di un romanzo giallo dove le indagini cercavano il colpevole prima ancora che commettesse un delitto ormai dato per certo - l'assassinio di Prodi. Adesso quella che fino a poco tempo fa era una lussureggiante vegetazione di ulivi, querce, margherite e cespugli è stata disboscata. Le sigle dei partiti sono diventate targhe commemorative ai recenti disastri politici dell'Italia. Oggi la destra e la sinistra hanno superato, in modi differenti, la fine dei partiti. La destra si è emancipata dal senso di inferiorità organizzativa rispetto alla sinistra puntando sulla credibilità e il prestigio dei suoi leader. Ma il vero successo è dipeso da due fattori. Il primo è stato il riconoscimento che le istituzioni vengono prima dei partiti. E' inutile disporre di poderose macchine organizzative che poi si inceppano una volta arrivate nei palazzi del potere. Meglio saper governare le istituzioni in prima persona che controllare un pletorico apparato di potere. Il secondo è dato da un cambiamento nella cultura politica della destra, che ha spostato l'accento dalla personalizzazione e dal carisma alla pregnanza dei valori, delle identità e della tradizione. Con o senza partiti, con o senza partito unico, la sinistra non esce fuori dalla sua crisi. E' un continuo travaso di un'idea confusa in una serie di recipienti politici inadatti. Cambiare sempre vestito non aiuta migliorare la forma del fisico. L'ultima in fatto di sbandamenti è la diatriba sul presidente del Pd, una carica puramente cerimoniale per un partito che deve ancora svilupparsi. Sia a destra che a sinistra i partiti si sono rivelati superflui rispetto a dinamiche e processi politici più profondi. La ritirata dei partiti dal palcoscenico non dipende soltanto dalla politica. La società ha posto alla politica dominata dai partiti una serie di questioni dirompenti, come i diritti delle coppie omosessuali, i limiti della genetica, la tutela della privacy e della sicurezza personale. I partiti sono stati incapace di gestire questo sovraccarico di tensione sociale, facendo inceppare le istituzioni stesse e lasciando la società senza risposte. La reazione culminata con il voto di aprile e con le sue conseguenze è stata quella di oltrepassare la mediazione dei partiti. La stessa costituzione di due soggetti unici è in fase di rallentamento. La sinistra ha accelerato sul Pd perché sembrava l'unica scialuppa di salvataggio. Adesso, da naufraghi in mare aperto, ci sono soltanto i democratici, perché il partito democratico è esso stesso un problema. Viceversa la destra procede cautamente perché il Pdl esiste già nei fatti, negli uomini e nelle idee. Più avanti ci sarà anche tempo per le formalità di uno statuto e di un'assemblea costituente. Adesso l'unica garanzia è il politico, l'uomo eletto nelle istituzioni e non più il burocrate di partito o il signore delle tessere. La responsabilità politica ha riacquisito la sua dimensione individuale, legata ad una credibilità sui fatti. E' il ministro Brunetta che agita la frusta, è Tremonti che propone la tassa sugli utili del petrolio, è ancora Maroni che dichiara guerra all'immigrazione clandestina. Ma è anche Veltroni che media con Di Pietro. L'uomo è ritornato la misura di tutte le cose politiche, per parafrasare il filosofo greco. E' anche vero che nessuna democrazia può rinunciare ai partiti. Ma un insieme di partiti elefantiaci e immobili farebbe soccombere qualunque democrazia, come è avvenuto in Italia. Adesso, senza purghe, senza processi di piazza e senza stravolgimenti organizzativi, i partiti hanno iniziato a rimodellarsi per restituire alla democrazia il valore della decisione e della responsabilità individuale.
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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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