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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'Irlanda boccia il piano B e l'Europa si ferma

di Francesca Traldi - 14 giugno 2008

Dopo la bocciatura di Francia e Olanda della Europa hard, la tigre di smeraldo, l'unica ad esprimersi con un referendum popolare, boccia quella light. Il no, che ha vinto in 27 contee su 43, ha fatto venir meno l'unanimità, impedendo così al documento di non entrare in vigore, nonostante gli altri 26 Paesi dell'Unione europea l'avessero approvato o si apprestassero a farlo. Se in no viene poi da Dublino, un Paese che grazie all'Unione Europea è passato dagli ultimi ai primi posti delle economie europee, ci si deve interrogare a quale «modello di Europa» si è detto no.

La campagna elettorale del no in Irlanda non si può infatti interpretare come un no contro l'Europa in generale, ma come una critica radicale alle politiche oggi in corso. Occorrono quindi nuovi contenuti e nuove formule e una grande dose di coraggio per superare questa fase di affanno. Mai prima d'ora l'Unione europea è stata così debole. Se nel 2005 poteva ancora sperare di rialzarsi grazie ad un cosiddetto piano b, oggi che anche il Trattato di Lisbona, alias il piano b, è naufragato è costretta a ripartire da zero. Difficile dire se troverà gli anticorpi per reagire a questa crisi che la riporta indietro nel tempo. Il trattato di Lisbona era infatti il risultato di 7 anni di dibattiti sulle riforme delle istituzioni europee, dopo Nizza e il trattato costituzionale bocciato da Olanda e Francia. «Io non so cosa altro possiamo ancora riformare - dice, scuotendo il capo, l'euro deputato della socialdemocrazia tedesca, Jo Leinen - il trattato di Lisbona arriva dopo i compromessi dei compromessi - L'Europa sta giocando tutte le sue carte, dopo il trattato di Nizza, quello bocciato da Olanda e Francia e ora l'Europa di Lisbona. Ce lo dica l'Irlanda da dove si deve ripartire».

Il no irlandese al Trattato di Lisbona, dopo il no francese e olandese al precedente trattato costituzionale conferma il malessere presente tra i cittadini. Tracce di questo malessere si potevano trovare al largo delle coste irlandesi. I pescatori di Cork avevano infatti bloccato il porto come quelli di Lisbona e di Genova per protestare contro il caro gasolio. A fronte della bocciatura vi è infatti la richiesta di una Europa diversa, trasparente e democratica. Eppure, paradossalmente, proprio il ricorso agli strumenti democratici, come sono quelli referendari, è oggi il grande ostacolo di questa Unione Europea. Un Europa nata dalle burocrazie, partorita a Bruxelles non può poi pretendere di ricevere il proprio battesimo dal popolo. Sono infatti i tempi delle burocrazie a dettare anche in questa fase i ritmi dell'Unione. Lunedì vi sarà una seduta ordinaria dei ministri degli esteri a Lussemburgo, giovedì e venerdì sono attesi a Bruxelles i capi di Stato e i Primi ministri degli Stati membri. In quella occasione all'ordine del giorno, invece di discutere di aumento dei prezzi del petrolio, del rincaro sui generi alimentari e della protezione dell'ambiente si discuterà del quid agendum dell'Europa.

Dopo la lezione irlandese è un bene che sia la Francia ad ereditare questa pesante sconfitta. Una Francia che deve ripartire dai Paesi pionieri e dalle cooperazioni rafforzate per uscire da questo declino che coinvolge ben 27 Paesi. C'è da scommettersi che la Germania sarà al suo fianco, gli altri seguiranno a turno, quando e come potranno.

Francesca Traldi

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Ragionpolitica, periodico on line n.267 del 10/6/2008
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