|
|||||||
|
|
Una questione di immagine?di Francesco Natale - 17 giugno 2008 Finalmente. Qualcuno, nella fattispecie il ministro della Difesa Ignazio La Russa, ha scoperto il proverbiale uovo di Colombo: utilizzare l'esercito per coadiuvare le forze dell'ordine nella lotta alla criminalità. Forse, in un paese come il nostro, che, pur essendo ancora vivibile, ha visto una media di 46 rapine al giorno l'anno scorso, era il caso di prendere provvedimenti. Era ed è il caso di fornire risposte immediate ad una legittima esigenza manifestata dai cittadini, tant'è che in base ad un sondaggio condotto da Sky Tg24 l'indice di gradimento dell'iniziativa promossa dal ministro è arrivato all'82%. I precedenti non mancano: dall'operazione «Vespri Siciliani» del 1992 fino all'operazione «Domino» del 2001. Non dovrebbe pertanto scandalizzare nessuno l'idea di dislocare 3.000 soldati nei punti caldi del nostro territorio, per la durata massima di sei mesi prorogabili una volta sola. Ovviamente, come ogni volta in cui si sono toccate questioni fondamentali per la vita del cittadino, la levata di scudi di quella che oggi è opposizione è stata immediata, intransigente, tragica e ridicola allo stesso tempo. Antonio Di Pietro ha parlato di «legge colombiana», sostenendo che lui cose del genere le ha viste solo a Bogotà, dimenticandosi che, non solo per questioni di collocazione geografica, la Colombia è un paese piuttosto diverso dal nostro, per usare un eufemismo. Veltroni ha più sottilmente denunciato l'umiliazione che patirebbero le forze dell'ordine vedendosi affiancate da militari professionisti e l'inopportunità di «dare un'immagine catastrofica e sbagliata del paese». Una questione di immagine, quindi? Forse il leader del Pd dovrebbe ricordare che non è stato l'attuale governo ad avere compromesso in maniera grave l'immagine del nostro paese. Forse essa è stata demolita dalle cataste di rifiuti partenopee, da poveri, innocenti bambini «vittime collaterali» di attentati e regolamenti di conti, da turisti americani che hanno patito la medesima sorte, da tante donne che hanno subito l'infame destino di Giovanna Reggiani, da tanti esercenti che, per avere difeso i propri cari, i propri averi e il proprio lavoro oggi devono rendere conto del proprio agire ad un sistema giudiziario a tratti delirante. Forse era ed è il caso di smantellare efficacemente la diffusa cultura dell'impunità che imperversa nel nostro paese ormai da anni, una cultura in base alla quale chi abitualmente delinque non teme nulla e nessuno, mentre il comune cittadino è schiacciato dalla paura: paura del delinquente, paura di reagire autonomamente alle minacce laddove lo Stato latita, paura di un sistema che, alla fine, persegue implacabile chi parcheggia in divieto di sosta, lasciando a piede libero chi stupra o uccide. E a quanti hanno vissuto sulla propria pelle drammi terribili, ai quali si è magari coniugata l'indifferenza o la persecuzione di Stato, cosa volete importi dell'immagine fasulla di un'Italia da cartolina? Ma per i post-kennediani, così come per i post-magistrati ex ministri, nulla è cambiato: anziché cercare di risolvere un'emergenza che non è figlia della propaganda ma che si respira tangibile nel nostro quotidiano, è meglio metter mano alla trousse e fare un po' di maldestro maquillage.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.268 del 17/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||