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Entra in vigore la Costituzione kosovara

di Alexandra Javarone - 17 giugno 2008

Domenica 15 giugno è entrata formalmente in vigore la nuova Costituzione kosovara. Il testo equipara il Kosovo ad uno Stato sovrano ed indipendente. Il pacchetto delle 41 leggi approvate dal parlamento, a cui il presidente Sejdiu ha apposto la propria firma di fronte ai 40 rappresentati dei paesi che hanno concesso il riconoscimento alla regione a maggioranza albanese, è il frutto di una rielaborazione sottratta al «piano Ahtisaari». «Abbiamo raggiunto un successo storico, in cui si attua il processo di formazione del nostro Stato. Presto l'evento sarà festeggiato con una grande manifestazione nella capitale Pristina», ha affermato Sejdiu durante la cerimonia organizzata per celebrare l'epilogo dell'iter legislativo costituzionale.

La mossa di Pristian ha innescato la reazione del nazionalismo serbo. Durante un'intervista rilasciata a Radio B92, il ministro degli Esteri di Belgrado, Vuk Jeremic, ha ribadito ferma opposizione ad un atto «illegittimo ed illegale», cui i serbi non dovrebbero far menzione «perché nullo e non esistente». Secondo quanto riportato dall'agenzia Tanjug, anche il presidente Tadic avrebbe espresso la sua opposizione, sottolineando la superiorità del disposto della risoluzione 1244 adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: «L'adozione della Costituzione è illegale per la Serbia così come lo sono stati il primo tentativo di dotarsi di una Costituzione nel settembre 1990 e la proclamazione di indipendenza del febbraio 2008».

Giovedì, in vista dell'entrata in vigore della Costituzione kosovara, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva inviato una lettera congiunta a Pristina e Belgrado, con il chiaro intento di rendere meno aspro il confronto ed «addolcire» il futuro dispiegamento della missione Eulex. Quasi a voler fare una concessione all'etnia slavo-ortodossa, Ban Ki-moon ha accolto l'invito della Russia annunciando la rimozione del capo della Missione Unmik, il tedesco Rueker. I quotidiani hanno fatto cenno ad una lunga serie di lusinghiere proposte volte a sopire l'eventuale diniego: «La popolazione serba delle enclave potrebbe godere presto di uno status speciale e di un'amministrazione autonoma». Sembra che ci sia resi conto del fatto che l'unica via praticabile, per quanto a suo modo dolorosa, per arrestare il processo di disgregazione dei Balcani sia la spartizione - quantomeno amministrativa - del territorio conteso.

L'atteggiamento ambiguo della comunità internazionale non sarà privo di conseguenze. Alcuni commentatori denunciano le forti discrasie di un sistema che è pronto a benedire non troppo sottilmente l'indipendenza kosovara e, allo stesso tempo, a richiamare la risoluzione 1244 (che pone il Kosovo de jure parte integrante della Serbia) affinché il governo serbo «faccia appello alla calma» e accetti più agevolmente il contrastante ruolo pacificatore dell'Europa - un attore scarsamante neutrale e pronto a sostituirsi con i suoi 1800 uomini all'Unmik. Ma è una soluzione fittizia, che condanna nuovamente il Kosovo al protettorato internazionale, già malamente gestito dalla pesante macchina Onu che vigila su di una regione a forte vocazione instabile. L'approvazione della Carta costituzionale kosovara, adottata con rito abbreviato, ha segnato il compimento del processo di indipendenza sorvegliata. Anche il breve inno della nuova nazione appare, suo malgrado, come un'ode al nuovo protettorato europeo. Si chiamerà «Europa»: un tributo allo sponsor.

Alexandra Javarone

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