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Compassione e responsabilità

di Matteo Gualdi - 17 giugno 2008

Durante la celebrazione eucaristica nel porto di Brindisi, in occasione della visita pastorale in Puglia, Benedetto XVI nella sua omelia è tornato sul tema della compassione. «La compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo, con l'assistenzialismo. Piuttosto, è sinonimo di solidarietà e di condivisione, ed è animata dalla speranza», ha detto il Santo Padre alla folla di fedeli che l'ascoltava. Il discorso del Pontefice è tracciato nel solco della tradizione della dottrina sociale della Chiesa, per la quale il paradigma della sussidiarietà rappresenta un principio cardine.

Nel 1931, l'Enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI sancì il principio di sussidiarietà come strumento con cui la società può difendersi dalle tendenze onnivore dello Stato, mentre nella Centesimus annus, Papa Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto personalmente le forme più oppressive del totalitarismo moderno, auspicava l'avvento di una società veramente libera: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese». Ma naturalmente non è solo un problema di efficienza economica, poiché nella maggior parte dei casi la necessità tangibile, esteriore, nasconde una esigenza più intima e nascosta: «Spesso un certo tipo di bisogni richiede una risposta che non sia solo materiale, ma che ne sappia cogliere la domanda umana più profonda». Per questo l'aiuto migliore non può essere quello che tende semplicemente a dare un supporto economico, quanto piuttosto quello che offre «oltre alle necessarie cure, un sostegno sinceramente fraterno».

Lo Stato, dunque, dovrebbe avere come compito principale non tanto quello di provvedere direttamente alla solidarietà, quanto piuttosto quello di promuovere lo sviluppo dell'attività sociale. La natura sociale della vita umana, insieme alla dignità della persona ed al principio di sussidiarietà, dovrebbero essere i cardini su cui costruire la nostra società. Una società organizzata su questi tre principi è una società aperta al contributo delle comunità intermedie e promuove lo sviluppo di persone consapevoli e libere, che non debbono dipendere dallo stato. La nostra tradizione storica, fortunatamente, è ricca di associazioni, soprattutto religiose, che svolgono quotidianamente una funzione sociale e pubblica fondamentale per l'equilibrio della società. Dal Centro Elis di Roma, all'Antoniano di Bologna, è importante non dimenticare mai il ruolo e l'importanza, anche economica, di questo mondo. La battaglia sociale va combattuta con libere iniziative, più che con l'intervento dello stato, attraverso cioè l'apporto di centinaia, di migliaia, di volontari che ogni giorno dedichino un po' del loro tempo, e perché no anche tutta la loro esistenza, a costruire un'alternativa per i tanti bisognosi, dagli anziani ai malati, dagli indigenti agli immigrati, che vivono in mezzo a noi, ma che spesso non vediamo nemmeno.

Per questo è necessario che lo stato liberi risorse affinché la società italiana sia stimolata a produrre ricchezza ed ad investirla socialmente. Il ruolo dello stato, invece, è stato finora troppo legato all'erogazione di servizi, spesso inefficienti e poco efficaci, più che alla promozione della responsabilità individuale e sociale, e questo ha portato all'erronea convinzione che la povertà, e tutte le forme di necessità, si possano combattere semplicemente pagando le tasse ed aspettando che lo stato le sconfigga paternalisticamente. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti. Ogni problema, invece, dovrebbe essere affrontato in base al principio di sussidiarietà, ovvero guardando prima all'interno della famiglia, poi all'interno della comunità, poi all'interno della società ed infine, se proprio non ci sono altre soluzioni, rivolgendosi allo stato. Anche qui, però, la soluzione migliore sarà probabilmente quella più vicina al problema. Quindi prima bisognerebbe rivolgersi al comune, poi alla regione e solo in ultima istanza allo stato centrale.

Insomma, dopo i fallimenti del welfare state sarebbe ora di passare ad una vera welfare society, che valorizzi le persone e le associazioni impegnate nell'intervento sociale. Perché ciascuno di noi ha la possibilità di contribuire alla costruzione di un mondo migliore, facendo qualcosa per il proprio vicino, per non dover rispondere un giorno come Caino «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Ge 4,9).

! Matteo Gualdi
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  • libertà - di giovanna - 18 giugno 2008 16:18
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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