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numero 280
6 marzo 2008
 
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La rivoluzione del welfare to work

di Raffaele Iannuzzi - 17 giugno 2008

Uno degli esiti più significativi della politica proattiva del governo Berlusconi è rappresentato dalla crisi interna della Cgil. Epifani è in rotta di collisione con il resto dell'establishment ed emergono nuove personalità in grado di succedergli. Debenedetti coglie correttamente i termini della questione, ma li pone in un quadro totalmente segnato dalla crisi parallela del Pd e ancor più della sinistra radicale. In realtà, vi è un altro elemento da sottolineare: la forza stringente dell'azione del ministro del Lavoro Sacconi, unitamente ad un timing di tale efficacia da spiazzare la lenta e farraginosa struttura ideologica ed operativa della Cgil. Non c'è più spazio per una replica da sinistra: la politica è anche occupazione di spazi: quando non ce ne sono più, la crisi si accentua. Tant'è vero che le reazioni interne al Pd si stanno facendo sentire. D'Alema, con Italianieuropei, vorrebbe mettere in piedi una sorta di think tank-partito, con accentuazioni blairiane e socialdemocratiche. Senza più rimpianti per lo statalismo neoconservatore della peggiore socialdemocrazia. Meglio tardi che mai, ma questa è solo una battuta.

La verità è che la sinistra spa perdendo, anche sul piano culturale, la partita del lavoro e, con essa, del welfare to work. Della flexicurity, che è poi l'anima del Libro Bianco di Biagi, unitamente all'idea-forza, che ha fatto scuola, della «società attiva». Debenedetti sbaglia quando dice che Sacconi sta subendo «il tabù dell'articolo 18», trovandosi così «costretto a cercare la flessibilità agendo sul campo del precario». Non è così. Il dato vero è un altro: l'operazione la si deve condurre sul piano del sistema, non dei singoli provvedimenti, perché il «riformismo a pizzichi» funziona solo quando il sistema, poco o tanto, funziona, ma quando è in tilt ci vuole un disegno d'insieme. Questa è la realtà. E lo stato dell'arte del welfare to work in Italia. L'impasse della Cgil consiste proprio nel voler attraccare la propria imbarcazione ad un porto che non esiste più, ad un sistema di relazioni industriali che ha prodotto la crisi, ad un complesso normativo che ha separato la produttività dal merito. E' prima di tutto una questione culturale. Non tecnico-strumentale. Il «centro» non è un luogo politico, in generale, ma non può essere l'elettorato del Pd veltroniano perché la «zona grigia», che anche Ichino contribuisce e mantenere in vita, è troppo densa e troppo imbarazzanti sono gli equivoci di fondo.

La linea Sacconi sta sparigliando le carte ed introducendo un metodo politico che produce cultura del welfare e del lavoro: la metodologia Biagi è la centralità, ancor più del feticismo di maniera. Che è poi strategia della rassicurazione, buona a bloccare tutto il realizzabile. Qui e ora. Le varie realtà del welfare europeo devono essere confrontate e, da questo confronto, deve nascere la vera e seria integrazione europea. L'Europa delle norme e dei brocardi è distante dai popoli, mentre il welfare to work è la vita ed anche la preoccupazione dei popoli. Riaprire la partita per l'Europa a partire da questo punto, il welfare to work - che comprende molte cose, dal capitale umano al capitale sociale, dalla formazione in stato di disoccupazione all'equità sociale - è un'operazione proattiva e legata alla cultura delle riforme (non tanto o soltanto all'ennesimo «ismo», il «riformismo»). Un mondo culturale e politico ancora in larga parte da scoprire ed implementare. Sacconi sta facendo bene la sua parte. Un metodo: in politica ci vuole sempre un metodo.

! Raffaele Iannuzzi
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