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Pio XI e l'enciclica «Non abbiamo bisogno»di Vincenzo Merlo - 3 luglio 2008 Il 5 luglio 1931 la Santa Sede prese una netta posizione contro il regime fascista. Ciò avvenne con l'enciclica Non abbiamo bisogno, emanata al culmine di un periodo di tensione con il governo italiano presieduto da Benito Mussolini. Governo con il quale, solo due anni prima, si era risolto l'annoso problema che aveva contrapposto, dal 1870, lo Stato italiano e il Vaticano. E' del febbraio del 1929, infatti, la stipula dei Patti Lateranensi, con cui l'Italia aveva in qualche modo ripagato il Vaticano dell'ingiusta e sanguinosa annessione dello Stato pontificio compiuta sessant'anni prima dallo Stato italiano, episodio che aveva prodotto conseguenze pesanti sia per i cattolici che per la politica italiana. Che cosa aveva determinato, allora, tra il '29 e il '31, il peggioramento dei rapporti tra Roma e la Santa Sede, fino a quel momento improntati ad un sostanziale, reciproco rispetto? Perché le frizioni tra Pio XI e Mussolini? Quali le cause profonde che portarono alla rottura con il regime fascista? Nell'ottimo Le meraviglie di Dio, edito da Mondadori, troviamo questa spiegazione: «Quando il regime ha cominciato a mostrare la sua vera natura, il Santo Padre ha protestato ufficialmente con il potere. E' vero, la stampa di regime criticava sistematicamente le organizzazioni cattoliche, in cui vedeva focolai di opposizione al potere e rivali delle organizzazioni fasciste; i militanti fascisti provocavano incidenti nelle associazioni cattoliche e persino nelle chiese, ma la situazione era ancora vivibile. Il 31 maggio 1931, però, la chiusura dei circoli della Gioventù cattolica e poi lo scioglimento della Fuci sono le due gocce d'acqua che fanno tracimare il vaso. Se le proteste ufficiali non bastano più, bisogna sensibilizzare l'opinione pubblica». Il 5 luglio 1931, finalmente, l'enciclica (redatta il 29 giugno) veniva pubblicata simultaneamente sui giornali cattolici di Francia, Germania, Stati Uniti e altri paesi. In essa si affermava che «si è tentato di colpire a morte quanto vi era e sarà sempre di più caro al nostro cuore di Padre e Pastore di anime e possiamo bene, dobbiamo anzi aggiungere: "E il modo ancor m'offende"». Più avanti era ribadita la difesa dei «sacrosanti ed inviolabili diritti delle anime e della Chiesa»; si denunciava inoltre la volontà del regime di «strappare all'Azione Cattolica e per essa alla Chiesa la gioventù, tutta la gioventù», di voler «monopolizzare interamente la gioventù... a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime sulla base di un'ideologia che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana, non meno in pieno contrasto coi diritti naturali della famiglia che coi diritti soprannaturali della Chiesa». La reazione del governo italiano fu rabbiosa: venne proibito ai membri del Partito fascista di far parte di qualsiasi associazione di Azione Cattolica; si cercò inoltre di attaccare la Chiesa a mezzo della stampa di regime. Ma la situazione non precipitò. Dopo pochi mesi vennero ripresi i contatti e si addivenne ad un faticoso, nuovo accordo che permetteva la ricostituzione, sotto altro nome, della Fuci, la riapertura dei circoli della Gioventù cattolica italiana (a condizione di non rinforzare i ranghi dell'opposizione), la ripresa dell'attività dell'Azione Cattolica, seppur limitata ad un ambito strettamente religioso. Vincoli pesanti, come si vede, imposti da un regime occhiuto e sospettoso. Ma la coraggiosa enciclica di Pio XI aveva sortito i suoi effetti: era stato bloccato il tentativo fascista di controllare in maniera esclusiva i movimenti giovanili. Vincenzo Merlo |
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Ragionpolitica, periodico on line n.270 del 1/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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