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L'eredità del «modello Roma»: una montagna di debitidi Raffaele Iannuzzi - 20 giugno 2008 Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è stato chiaro: «Se l'opposizione continua a minimizzare, saremo sempre più duri». Il dado è tratto: Roma è un'emergenza nazionale. Il quadro territoriale e infrastrutturale italiano vede Napoli ridotta all'immondezzaio italiano, con la ripresa in mondovisione della crisi di una città-simbolo della bellezza, e Roma, capitale senza qualità, a segnare il passo, ricoperta di debiti. La crisi nazionale, anche sul piano identitario, parte dalle mura storiche dell'Urbe: il cosiddetto «modello Roma» ha devastato la città dell'Impero e della gloria. Di conseguenza, oggi la politica si affanna a ricercare fondi e ragioni strutturali tali per cui la Città Eterna possa ancora dirsi capitale di una nazione ancora importante come l'Italia. Questo è il risvolto storico della crisi di Roma. Il presente, poi, ci racconta la crisi con le solite accelerazioni polemiche, che palesano ancora più vividamente il cinismo amministrativo, politico ed ideologico (starei per dire antropologico) della sinistra veltroniana. Non solo di quella radicale, come si usa o usava dire, ma di quella «educata», con il «bon ton» giusto. Non c'è violenza più grande di quella sussurrata e nascosta. E' il caso di Roma: una case-study. Il debito ufficiale del Comune di Roma è ufficialmente di 6,8 miliardi, ufficiosamente di 10 miliardi. A causare questo disastro sarebbero stati i conti in rosso di Ama e Trambus; le previsioni esagerate di entrate fiscali e multe; i debiti non pagati della Regione Lazio. I grandi strateghi della sinistra capitolina e nazionale avevano sparato ad alzo zero sulla gestione della Regione da parte di Storace, oggi vediamo i risultati della gestione Marrazzo, e pare di essere sul set di «Inferno di cristallo»: brucia tutto e Nerone guida la baracca. In caso di dichiarazione di dissesto finanziario da parte del Comune di Roma, almeno secondo fonti sindacali, ci sarebbero qualcosa come 1.500 esuberi, ricollocabili a spese del ministero dell'Interno. Cioè, con i soldi dei contribuenti. Una partita di giro dal Comune allo Stato. Di questi tempi, non molto commendevole. Polemiche con la Lega a parte, la questione è dirompente e segnala lo scacco della sinistra con tutti gli esiti che ciò ha comportato e sta comportando. A questo punto, emergono due interrogativi: come si può parlare seriamente di Europa e integrazione europea degli altri con una capitale ridotta così? E' ancora possibile recuperare Roma come capitale, senza appesantire eccessivamente i conti dello Stato? Berlusconi è cosciente di entrambi i problemi, tant'è vero che ha subito sostenuto con forza la necessità di raddrizzare il pericolo della delegittimazione della Ue, dopo il «no» dell'Irlanda, attraverso indicazioni precise di approvazione del Trattato di Lisbona, in modo da trovarsi con 26 approvazioni, a fronte del rifiuto irlandese. Una mossa strategicamente giusta, che permette il riallineamento dell'Italia, in crisi di immagine e con una capitale non all'altezza dell'Europa, a partire dall'esterno, con un'azione politica di adesione incondizionata e, insieme, mirata. Sul secondo nodo, il governo ha previsto un imponente stanziamento, perché il rosso è quello che è, ma non a pioggia, con fasi strategiche e anch'esse mirate. Un buon modo di fare crisis management, rassicurando i cittadini, che hanno bisogno di sentirsi parte di un grande processo di rinnovamento del paese, come ha osservato De Rita sul Corriere della Sera.
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Ragionpolitica, periodico on line n.268 del 17/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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