RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

E' in gioco la credibilità dell'Unione europea

di Michele Genovese - 21 giugno 2008

Fino a quando i governanti europei continueranno a giocare a rimpiattino con i propi popoli sul tema dell'integrazione europea? L'ennesimo voto negativo in seguito ad una consultazione popolare diretta imposta peraltro dalla Carta costituzionale di uno Stato membro, l'Irlanda in questo caso, ripropone fino alla noia tutti i dubbi che erano già emersi in troppe occasioni precedenti in merito al processo di ammodernamento delle strutture e dei processi decisionali in seno all'Europa comunitaria. La semplice menzione del termine «referendum popolare» terrorizza quanti ne accettano il principio solo se viene garantito e scontato il risultato positivo per i quesiti proposti.

«Cerchiamo di ratificare da ben otto anni, senza interruzione e senza successo, questo o quel trattato istituzionale. Quale è allora la nostra credibilità?», si chiedeva appena prima del Vertice di Bruxelles Martin Schultz del Partito Socialista Europeo. D'altronde, l'idea stessa del nuovo Trattato di Lisbona era stata lanciata dal Presidente della Repubblica Francese Sarkozy proprio per aggirare l'obbligo di consultazione popolare che aveva finito per bloccare il precedente progetto di Costituzione Europea ad opera degli elettori francesi ed olandesi.

Le reazioni all'esito referendario sono state tra le più singolari e curiose. La prima, e chiaramente illegittima perché contraria allo spirito ed alla lettera stessa del Trattato, vorrebbe che esso entrasse in vigore anche se le ratifiche non sono state unanimi. La seconda tenderebbe a continuare con le ratifiche parlamentari per «isolare» la riottosa Irlanda e, tramite alcune precisazioni aggiuntive, obbligare i governanti irlandesi ad indire un nuovo referendum, seguendo lo schema già adottato con successo qualche anni addietro, nel 2002, quando gli irlandesi vennero invitati a «rivedere» il giudizio negatico espresso sul trattato di Nizza. Una terza tenderebbe a creare un'Europa a due velocità con i Paesi virtuosi e progressisti associati in una nuovo progetto di Unione Europea da una parte ed i meno volenterosi dall'altra. Giudiziosamente, la Signora Merkel, ha rigettato senza esitazione questa prospettiva dichiarando al Bundestag: «Dobbiamo garantire che i Trattati europei procedano seguendo il principio dell'unanimità». Sarebbe d'altronde arduo spiegare su quali basi si intenda penalizzare un Paese membro per aver applicato il proprio dettato costituzionale ed il suo popolo per essersi liberamente espresso. Ancora più difficile comprendere l'applicazione pratica della minaccia: si vorrebbero raddoppiare le strutture e le Istituzioni comunitarie con due Consigli dei ministri, Commissioni e Parlamenti europei che si riunirebbero e deciderebbero in base a diversi odrini del giorno, o si vorrebbe esporsi al ridicolo di Istituzioni «comunitarie» che si riuniscono e deliberano in base a normative differenti? Ma lasciamo da parte le reazioni forse poco ponderate di alcuni iper-entusiasti del processo di integrazione comunitaria tanto da non ammettere dubbi, valutazioni critiche e responsi negativi delle urne, e poniamoci alcune semplici questioni.

In vista dell'ampliamento che ha visto aderire all'ambizioso processo di integrazione una buona dozzina di nuovi Stati membri era senz'altro necessario rivedere molti punti decisivi dell'architettura costituzionale concepita per una mezza dozzina di Paesi fondatori oltre cinquant'anni prima, rivedendo soprattutto i meccanismi decisionali che andavano sicuramente sganciati dalla regole ormai impraticabili dell'unanimità, riducendo al contempo il numero dei componenti la Commissione e creando organi di rappresentanza esterna facilmente identificabili e con mandato pluriennale come il Presidente del Consiglio dei ministri e l'Alto rappresentante per la politica estera. Semplice ed intuitivo.

Perché allora i Capi di Stato e di Governo riuniti in uno dei loro numerosissimi Consigli non hanno provveduto e definire per tempo, e cioé prima dell'accesso dei nuovi membri, le nuove regole? Decisioni prese chiaramente a tempo debito avrebbero contribuito a chiarire il quadro delle adesioni e probabilmente evitato alcuni degli inconvenienti che si sono prodotti in seguito. Sorge tuttavia il dubbio che i responsabili politici europei non vedessero fin da allora la chiave di soluzioni lungimiranti, idonee a suscitare l'interesse se non l'entusiasmo dei popoli, ed abbiano preferito tergiversare nella speranza che il successo dell'ampliamento trascinasse l'adesione alle necessarie modifiche costituzionali. Si è quindi proceduto alla creazione di un macchinoso e pletorico organismo che ha prodotto un progetto di Costituzione destinato al gramo destino del rigetto, e sull'onda del panico si è elaborato un testo di Trattato più snello e comprensibile, ma soprattutto in grado di sfuggire alle forche caudine della ratifica referendaria. Facendo tesoro dei precedenti insuccessi, il nuovo testo (oscuro e farraginoso come la maggior parte della «letteratura» giuridica comunitaria) intende sopire dubbi ed incertezze. Prendendo le distanze da ogni sospetto di impostazione federalista o soprastatuale, esso evita prudentemente di invadere l'autonomia delle politiche estere degli Stati membri, garantisce ed accentua il ruolo dei parlamenti nazionali come custodi del principio di sussidiarietà e riconosce il diritto di recesso. Esso viene incontro a nuove esigenze, fortemente sentite dai popoli europei come la lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e, nella visione della Presidenza francese, anche all'immigrazione clandestina prevedendo in tutti questi settori collaborazioni rafforzate che entrerebbero in gioco anche in caso di conflitti armati e di calamità naturali. Vengono estese le competenze del Parlamento europeo, se ne collega l'elezione alla nomina della Commissione, si riconosce il diritto di iniziativa legislativa ai cittadini europei tramite raccolta di firme. Infine, le decisioni in seno al Consiglio dei ministri dovranno tener conto del numero degli Stati membri ed anche della popolazione che essi rappresentano.

Nessuna persona ragionevole potrebbe opporsi a proposte così sensate: tanto è vero che i Parlamenti nazionali chiamati finora a ratificare l'accordo l'hanno fatto con prontezza e diligenza. Possiamo concludere, come da varie parti si è lasciato intendere che tutto il torto ricade sugli «ingrati» cittadini irlandesi che hanno espresso un giudizio negativo? Dubbi e timori trovano giustificazione solo nella compagna menzognera dei soliti euroscettici? Ben hanno fatto i Capi di stato e di governo riuniti a Bruxelles il 19 Giugno, a chiedere al Governo irlandese di proporre (senza fretta, solo tra qualche mese) una via di uscita?

Non cadremo nella trappola di chiederci retoricamente quanti popoli europei, se ne avessero avuto la possibilità, si sarebbero espressi positivamente sul Trattato, così come hanno fatto i Parlamenti nazionali finora consultati. Sentiamo il disagio di notare che i testi ratificati con ampie maggioranze lasciano insoluti numerosi problemi.

Come si intende risolvere il conflitto di competenza tra il futuro Presidente del Consiglio europeo a mandato pluriennale e quello

«di turno» che presiederà a rotazione semestrale lo stesso Consiglio? Verrà ridotto per esigenze di funzionalità operativa il numero dei Commissari chiamati a reggere l'esecutivo comunitario, ed in questo caso come si intende contemperare le esigenze dei Paesi «grandi» e «piccoli», o si andrà avanti seguendo il principio che attribuisce ad ogni Stato membro il diritto di essere rappresentato in seno alla Commissione, con la prospettiva di ritrovarci tra qualche anno con trenta e più Commissari cui verranno affidate competenze sempre più parcellizzate ed incoerenti? Come si ripartiranno i compiti l'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa che sarà chiamato a far autorevolmente parte della Commissione ed i membri della Commissione stessa che avranno competenze nei più disparati settori delle relazioni esterne? Nessuno è in grado di dare risposte a questi quesiti perché essi sono stati rimandati al dopo ratifiche. Ed allora come si pretende una risposta netta da parte di cittadini elettori che hanno inteso esprimere probabilmente il disappunto di chi è stato bombardato da informazioni e pressioni di ogni tipo e non ha trovato risposte soddisfacenti alle proprie incertezze? La caparbietà e la tenacia che i più alti rappresentanti politici europei investono nel riproporre un testo giuridico che secondo la sua stessa lettera non ha più validità sembra riflettere una forma di panico di fronte al giudizio dei propri elettori. Ed allora non sarebbe meglio continuare ad andare avanti con gli strumenti attuali rimandando a date più opportune l'adozione di chiare riforme istituzionali se i vertici politici avranno il coraggio di proporle ed i popoli d'Europa saranno messi nella condizione di manifestare il proprio parere?

Michele Genovese

SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.268 del 17/6/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata