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Una sfida giustadi Gianni Baget Bozzo - 21 giugno 2008 Il governo va forte, tanto forte che Berlusconi vince la prima battaglia politica con i giudici. E non la ottiene sulla via dell'ex ministro Castelli, pur giusta, di creare la divisione delle carriere, ma attraverso il potere del governo di dare direttive ai magistrati sulla scelta delle cause da preferirsi per il dibattimento. Siamo in un regime di emergenza, Napoli è divenuta lo specchio della nazione, si sa bene che tutto il paese è soggetto al localismo che vieta di creare opere utili a tutti sul territorio del proprio Comune. Ora finalmente anche la sinistra sa che la camorra è Gomorra e che è stato un errore limitarsi a fare della mafia l'unico problema perché i suoi legami romani potevano intrecciarsi con la Democrazia Cristiana. L'immigrazione non è più segnata dal dovere di accoglienza imposto dalla sinistra, che ora riconosce il dovere dello Stato di limitare gli ingressi nel proprio territorio. E' ora la legge europea a stabilirlo. Ambiente ed immigrazione, lavoro e contratti, pubblico impiego e meritocrazia emergono dalle figure del nuovo governo come il segno di un nuovo approccio alla realtà. Il governare incide sulla vita di tutti e chiede di conciliare il bisogno della spesa con il rigore del bilancio pubblico. Berlusconi appare come l'uomo della realtà, perciò può ottenere, in nome dell'emergenza, che il parlamento, con un emendamento non pre-approvato dal capo dello Stato, regoli i criteri con cui si determinano i tempi dei processi con la selezione di essi. Che questo giovi al presidente del Consiglio per un ennesimo dibattito al tribunale di Milano non impedisce al governo di regolare i tempi dei processi. L'opposizione fa un Aventino di facciata, ma si rende conto che i processi di Milano contro i partiti democratici prima e Berlusconi poi non furono frutto della pura legge, ma che li governava una precisa decisione politica sull'ordine dello Stato. E' certamente una delle sfide tante volte fatte dalla Procura milanese a Berlusconi, ma solo questa volta vinta grazie a un consenso elettorale che investe la sua figura personale e politica di un mandato carismatico. Così il presidente del Consiglio può chiedere che i poteri dello Stato contribuiscano nell'ordine proprio e con i mezzi propri a mantenere in Italia l'ordine civile, democratico e istituzionale. Il voto del Senato mostra che l'egemonia comunista sulla politica italiana e sulle istituzioni è finita. Non è possibile al Pd di tornare all'Ulivo e all'Unione, la coalizione di Prodi che Veltroni ha fatto cadere sul misterioso caso Mastella. Non rimane alla sinistra che collaborare all'emergenza che la sua politica ha creato con l'opposizione e con il governo. Una sinistra diversa nasce da una opposizione diversa. Per questo Berlusconi vince e la sinistra non può che consentire a «camminare insieme», come dice De Rita.
Questo articolo è stato pubblicato su La Prealpina del 21 giugno 2008 |
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