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Il vero europeismodi Gabriele Cazzulini - 21 giugno 2008 Quando era ancora in vita, uno dei cavalli di battaglia della sinistra era l'europeismo. Era uno dei tanti «-ismi» che coloravano le sue bandiere arcobaleno: socialismo, sindacalismo, terzomondismo, anticapitalismo, filo-arabismo... ed europeismo. Sul vocabolario delle parole senza senso, quest'europeismo rosso significava una doppia realtà. Da una parte voleva dire impugnare la bandiera blu stellata dell'Europa e fare i paladini dell'integrazione senza se e senza ma. L'Europa o la morte. E quasi ci siamo andati vicino quando, per praticare il salasso fiscale e versare il sacrificio di sangue a Maastricht, per poco l'Italia non finiva spennata. Insomma l'europeismo felice era questa voglia di fare i boy-scout al servizio di Bruxelles. D'altra parte questa vocazione al sacerdozio europeista implicava piegare il capo di fronte alle èlites tecnocratiche stanziate nell'umida terra di Bruxelles. Padoa-Schioppa, in arte ministro di Prodi al piano economico comunista, era la clonazione perfetta di questa classe dirigente europeista, insofferente al sangue della politica e morbosamente attaccata ai commi del diritto europeo. Tutto il resto era noia. Quanti strali sono piovuti addosso a Prodi che sgobbava come un immigrato irregolare sfruttato dalla malavita di Bruxelles. Erano accuse provenienti dalla sinistra radicale, che abbaiava a Prodi maggiordomo full-time dell'Europa. Meno male che Prodi teneva stretti i suoi compagni al guinzaglio della poltrona di governo. Però le bacchettate venivano anche dall'Europa stessa - il cui solerte commissario agli Affari economici, lo spagnolo Almunia, aveva preso gusto a fare l'inquisitore personale dell'Italia. Adesso questo esimio esponente degli apparati tecnocratici non apre più bocca. Forse non ha gradito la sferzata che Berlusconi ha inflitto all'Europa indolente che si crogiola nelle sue disfatte referendarie. Il premier italiano non ha usato la vasellina diplomatica per dire all'Europa che così non si può più andare avanti. E quindi ha infilato il «drizzone» nella sonnolenta agenda politica dell'Ue. Naturalmente è una battuta al volo il cui pregio è quello di conficcarsi nel fianco più debole. Ma dietro a questa punzecchiatura c'è un ragionamento che parte dalla crisi popolare dell'Europa come fenomeno di superficie e penetra nelle profondità dei rapporti guasti tra Europa e stati nazionali. L'ha spiegato Berlusconi: non si può più andare avanti così perché i singoli governi non riescono da soli ad affrontare le grandi crisi del mondo. Allora serve l'Europa; però riformata. Gli europeisti devono finirla con i loro bizantinismi. Non si può più andare avanti con circoli di bridge due volte all'anno, cioè i vertici europei, per inventarsi una coalizione maggioritaria di Stati membri che superano le resistenze di tutti gli altri. Poi, altro giro, altre carte, stesso risultato. L'Europa ha bisogno di camminare con le sue gambe, senza appoggiarsi alle stampelle franco-tedesche o votarsi al sarko-berlusconismo. Gli Stati non ce la fanno più, neppure in ardite joint-venture, a guidare questo labirinto legislativo di direttive, raccomandazioni, regolamenti, pareri, progetti e quant'altro i denti di questo Leviatano imbolsito possono masticare. In un mondo diviso tra realtà locali e realtà internazionali l'Europa resta una creatura gracile dentro all'incubatore degli Stati nazionali. Questa è la logica del deficit di democrazia, che trasforma i referendum sui trattati in un plebiscito popolare contro un intero sistema malato. Prodi e la sua sinistra incarnavano questa visione distorta. L'Europa era il vitello d'oro che doveva proteggere la sinistra post-comunista orfana di un moloch anti-liberale. Lo aveva trovato nell'ortodossia europeista. I suoi pletorici apparati pongono limiti alle libertà di mezzo miliardo di persone senza preoccuparsi di una vera legittimazione democratica. Dalla falce col martello alle stelle dorate; dal rosso sangue dei popoli sterminati nei gulag al blu dei preziosi velluti per arredare le pareti del potere europeo. Cambia l'estetica, molto meno la sostanza. Il valore della staffilata di Berlusconi è questo: spronare l'Europa a superare se stessa. Fa male, ma nessuna medicina ha un sapore dolce. Poche parole per un'idea chiara a chiunque non guardi a Bruxelles come si guarda a Gerusalemme o alla Mecca. Non serve amare l'Europa; basta amare l'Italia, o la Francia, o la Germania o la Spagna, per accorgersi che nessuna di queste realtà può campare a lungo senza un'Europa forte. Purtroppo l'Italia è piena di estremisti, per i quali qualunque critica all'Europa è già una blasfemia. Ma soltanto un cieco fondamentalismo può tacciare la critica di essere eretica. Quindi fuoco su Berlusconi l'eretico, cioè Berlusconi il vero europeista.
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Ragionpolitica, periodico on line n.268 del 17/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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