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Ue: quando l'economia prende il sopravvento

di Alessandro Leto - 27 giugno 2008

In questo periodo difficile per il futuro delle istituzioni europee è opportuno avviare una riflessione approfondita sulle ragioni che hanno generato questo crescente divario fra il popolo sovrano da una parte ed governanti che paiono sordi alle istanze ed alle urgenze che lo assillano dall'altra. Siccome il tema è oltremodo delicato e riveste un'importanza strategica per lo sviluppo futuro del Vecchio Continente, è giunto il momento di richiamare alle proprie responsabilità gli attori principali sulla scena istituzionale europea. Proprio per evitare che si possano pericolosamente ed irresponsabilmente confondere ruoli e funzioni che in ambito Ue sono stati interpretati fino ad oggi con quell'aristocratico distacco verso le vicende quotidiane e che hanno portato gli stessi eurocrati ad essere percepiti come distanti e spesso inutili, occorre ricordare come anche a livello globale sia in corso una disputa drammatica rispetto alla quale neppure l'Europa può sottrarsi. Si tratta del confronto serrato, a volte dello scontro, fra economia e politica che ha registrato in diverse occasioni il superamento della prima sulla seconda. È una realtà inedita, inesplorata nella storia recente delle società occidentali, che porta in dote una serie di contraddizioni pericolose che si esplicitano poi nel cristallizzarsi di posizioni di potere poco democratiche e praticamente senza vincoli e controlli.

Nel momento in cui assistiamo al superamento del concetto di Stato Nazione, almeno in Europa, ed alla creazione di un nuovo equilibrio politico che cerca di coniugare insieme la dimensione internazionale con quella locale, si è creato un vuoto di potere subito colmato dall'economia che ha fatto breccia nella tante crepe via via emerse con la stratificazione successiva delle tante contraddizioni lasciate in dote dalla politica. Fra tutte la più seria è quella della effettiva mancanza di controllo da parte della Commissione Ue e dell'Europarlamento sulla Banca Centrale Europea che nel corso degli ultimi anni ha assunto decisioni profondamente invasive rispetto alla vita quotidiana dei cittadini europei con risvolti marcatamente politici e sociali, al punto da far percepire le stesse istituzioni europee come distanti, autoreferenziali e pericolosamente arroccate su posizioni di retroguardia culturale. E' chiaro quindi che, in corrispondenza della sua gestione ispirata ai fondamenti della teoria monetarista per cui l'inflazione è e resta il pericolo più insidioso, concentra la propria attività nel rialzo metodico dei tassi d'interesse di fronte alle oscillazioni periodiche dei mercati finanziari internazionali, rovesciando i conseguenti aumenti sui prezzi dei beni di consumo e quindi riducendo il potere di acquisto delle famiglie.

L'economia per definizione non è una scienza esatta, soggetta com'è a troppe variabili di diversa natura e resta una disciplina saldamente ancorata alla dimensione sociale, per questo dalla sede della Bce (Banca Centrale Europea) ci devono ancora spiegare il perché di questa tenace pervicacia nel sostenere draconiane misure anti inflazionistiche in favore del mantenimento del valore reale della moneta, quindi in difesa del suo controvalore in termini di potere di acquisto, quando è ormai chiaro che quella stessa politica ottiene l'effetto opposto. Infatti, se per evitare di aumentare l'inflazione insieme all'importazione del petrolio i cui prezzi sono fuori controllo anche a seguito di fiammate speculative, si continuano ad aumentare i saggi d'interesse, inevitabilmente le stesse Banche Centrali dei paesi membri e le loro banche commerciali non potranno far altro che aumentarli proporzionalmente rovesciando sui debitori rate di mutuo, rimborsi di prestiti e servizi finanziari sempre più cari. Inoltre, il continuo apprezzamento dell'euro sulle altre divise ha contenuto sì parzialmente gli effetti deleteri dell'aumento dei combustibili fossili, ma ha anche rallentato copiosamente l'export delle stesse imprese europee sui mercati mondiali, rendendo meno competitive le merci prodotte nel Vecchio Continente.

Insomma, questa politica monetaria è riuscita ad ottenere una serie di insuccessi tale da costringere i governi europei più influenti, Francia, Italia e Spagna in testa, a spingere verso una revisione radicale delle regole di Maastricht. Dove porterà questa revisione non è ancora dato saperlo, ma registriamo con soddisfazione questa presa di posizione, pur colpevolmente tardiva, della politica che ha ricordato ai gestori della Banca Centrale Europea come le loro scelte abbiano una ricaduta diretta sulla qualità della vita dei cittadini e come debbano essere comunque concordate con i responsabili politici dell'Europarlamento, anche perché i primi sono stati nominati, mentre i deputati vengono eletti democraticamente e quindi sono detentori della vera rappresentanza popolare. Indietro non si può tornare: questa Europa, a fronte di alcune macroscopiche esitazioni, e di taluni grossolani errori, ha anche portato in dote una stabilità politica continentale mai registrata prima, ma per procedere innanzi, verso la sua definitiva strutturazione è tempo che le responsabilità vengano distribuite in funzione degli interessi dei cittadini. E questo non può avvenire senza una Costituzione degna di tale nome, accettata responsabilmente da tutti. Se in questo contesto la Bce tornerà a rispondere come giusto al popolo sovrano, si concretizzerà il sogno di un'Europa dei Popoli, in caso contrario continueremo a vivere l'incubo dell'Europa dei banchieri centrali.

Alessandro Leto

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