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L'isolamento di Londradi Daniele Martino - 25 giugno 2008 La linea politica seguita dal primo ministro britannico Gordon Brown assomiglia molto a quella del Regno Unito di qualche decennio fa. Si tratta senza dubbio di un fenomeno politico importante, che influenza i rapporti di Londra sia con l'Unione Europea che con gli Stati Uniti. Le scelte politiche di Gordon Brown hanno determinato un atteggiamento di «isolation» che i media inglesi e le classi popolari vedono da sempre con favore ed attenzione; nel Regno Unito, insomma, sta tornando il mito di un'«autosufficienza britannica» di ascendenza quasi vittoriana. Rispetto al decennio 1997-2007, in cui Tony Blair risiedeva al 10 di Downing Street, si sono allentati alcuni pilastri fondamentali della politica estera britannica. Sta gradualmente venendo meno l'asse preferenziale tra Stati Uniti e Gran Bretagna, che culminò nell'intervento comune in Iraq del 2003; proprio sul conteso iracheno, per la prima volta da almeno quindici anni si è assistito ad una diversità delle posizioni tra Washington e Londra, su un tema peraltro fondamentale come la lotta al terrorismo. Brown ha infatti proposto un ritiro graduale delle truppe britanniche dall'Iraq, che già dal mese di agosto passeranno da 4200 a 3500 effettivi; il tutto in previsione di un rientro definitivo dei soldati di Sua Maestà, previsto al massimo per la fine del 2009. Si tratta di una scelta che va al di là del solo fattore numerico, perché il ruolo del Regno Unito in Iraq è secondo solo agli Stati Uniti; non a caso Londra ha il comando di tutte le truppe in una delle zone più delicate del Paese, vale a dire il Sud abitato in maggioranza da sciiti; oltretutto, la zona di Bassora, «capitale» dell'Iraq sciita, è quella che ha più contatti con l'Iran di Mahmoud Ahmadinejad, e per questo è la più dipendente da fattori esterni che esulano dagli sforzi di ricostruzione dello Stato iracheno. La decisione di Gordon Brown di rivedere l'impegno britannico in Iraq è da collegarsi non a motivazioni strategiche o militari, ma a fini di politica interna. Il Partito Laburista, orfano della leadership e del carisma di Tony Blair, è in preda ad un'emorragia di consensi, che si è materializzata nel crollo alle amministrative dello scorso maggio; a ciò si aggiunge un rallentamento dell'economia, con una stima di crescita del Pil prevista al 1,8 % per il 2008; si tratta del risultato peggiore dal 1996, un anno prima che Tony Blair aprisse il suo ciclo di governo. Stretto tra crisi economica e politica, Brown ha scelto di riconquistare popolarità almeno sull'elettorato storico laburista, facendo leva su un ripensamento del ruolo britannico in Iraq. Anche il rapporto con Bruxelles ha subìto una decisa involuzione; dai tentennamenti di Brown sulla propria presenza a Lisbona per la firma del nuovo trattato comunitario, alle frizioni con Angela Merkel sui rapporti con la Russia, Londra ora si trova sicuramente in una posizione defilata; di certo, gli obiettivi britannici in politica europea sono diversi da quelli di Italia, Francia e Germania, che hanno invece un'agenda comune, con grandi sintonie soprattutto tra Roma e Parigi. A conferma di questa mutata situazione va sicuramente l'ultimo viaggio in Europa di George W. Bush; la visita in Inghilterra è stata la più delicata del tour europeo del presidente statunitense e, inoltre, è stata l'ultima, dopo Germania, Italia e Francia. In sintesi, con la Merkel e Sarkozy e con il ritorno di Silvio Berlusconi, l'Europa è cambiata, ed il legame privilegiato con la Gran Bretagna rischia di affievolirsi, tenuto conto anche delle divergenze irachene. Visti da Londra, l'Atlantico e la Manica si sono allargati. Daniele Martino |
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Ragionpolitica, periodico on line n.269 del 24/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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