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6 marzo 2008
 
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Meglio il conflitto

di Raffaele Iannuzzi - 27 giugno 2008

Sergio Romano sul Corriere della Sera e Barbara Spinelli sulla Stampa hanno voltato pagina: non più «dialogo», ma conflitto. Stessi argomenti: nelle altre democrazie europee ed occidentali l'opposizione sta dall'altra parte e picchia duro, senza troppi complimenti, non fa sconti e l'unico momento dialogante riguarda questioni di alto profilo istituzionale, nodi costituzionali, ma sempre con profili identitari chiari e netti. Ma guarda! Anche i giornaloni borghesi hanno scoperto l'acqua calda - cosa non da poco, visto il livello medio del loro «luogocomunismo». Ma non erano i Romano e le Spinelli a chiedere, fino a ieri, dialogo a gogò senza risparmiarsi, unità di ogni tipo, agende politiche condivise? Sia come sia, prendiamo atto. E siamo anche d'accordo, soprattutto con Romano; solo che noi lo scrivevamo da tempo, mentre la sua penna si fermava di fronte al neo-Pd, l'organo costituente del Dialogo. La Spinelli, poi, è quasi comica, come le accade spesso, quando tratta temi che non conosce e di cui argomenta come in default, con il solito disprezzo per il popolo parafascista che ha votato il Pdl, prendendo a schiaffi Berlusconi prima di dedicarsi al Pd ed alla sua inesistente opposizione. Ovvio, stile Economist. Quando parla dell'Italia, da qualunque angolazione la guardi, il centro è sempre lui, Berlusconi; il Diavolo è sempre di fronte a noi: il Cavaliere. La neo-borghesia liberista nel proprio loft a Parigi e socialdemocratica progressista a Roma è così. Sempre, niente di nuovo sotto il sole: la miseria italiana degli «intellettuali», anche di quelli oggi neo-gramsciani, è questa, c'è poco da fare.

Ora, dialogare in regime di crisi e con rapporti di forza come quelli attuali, con un centrodestra così forte e un Pd così debole, è operazione possibile soltanto nel conflitto regolato, fatto di regole e linguaggi politici. Ha ragione Sacconi: non possono imbrigliarci in un'ideologia di stampo neo-consociativo solo perché oggi sono in difficoltà. Problemi loro. Se Parisi attacca il Pd e Bettini va fuori non è affar nostro, a noi spetta governare l'Italia, una nazione - non un «paese», smettiamola con questo linguaggio sociologico debole e inconsistente - che ha bisogno di politica, che vive la debolezza di quest'ultima ancor più drammaticamente, e che non merita l'ipocrisia dei Palazzi. Merita Berlusconi, il vincitore delle elezioni, e la coalizione uscita vincitrice. Punto e a capo. Il resto è noia e fuffa ideologica. Quando la Spinelli sdottoreggia di baratri tra l'Italia e le altre democrazie a causa di questo non meglio definito «dialogo», in primo luogo - come già detto - dovrebbe guardare la trave nel suo occhio, dopodiché farebbe bene a valutare bene il peso specifico di questa sinistra nichilista e priva di orizzonte progettuale, fatta di funzionari dei Palazzi che diventano al massimo capi di gabinetto, ma nulla più, cioè funzionari, funzioni di un disegno di omologazione, burocrati. Parassiti nella politica. Weber docet.

Sia detto tutto ciò con chiarezza: il conflitto deve sorgere da un governo forte, al quale l'opposizione deve contrapporsi. Se ce la fa. Altrimenti, faccia qualcosa per ritrovarsi. La democrazia liberale non fa sconti, è fatta di eroismo civile e di individualità forti, combattive, piene di idee: negli States, dopo Bush c'è un McCain, politico coi fiocchi, e, alla sua sinistra, c'è un Obama che ha cambiato il profilo, anche comunicativo, del presente americano: ecco la sostanza della democrazia. Dunque, l'elogio del conflitto, già fatto, oggi lo riproduciamo, e senza imbarazzi. Noi che possiamo.

! Raffaele Iannuzzi
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