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6 marzo 2008
 
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Istruzione: una riforma per guardare al futuro

di Aurora Franceschelli - 27 giugno 2008

Con la manovra finanziaria stanno prendendo corpo, finalmente, tutte quelle cure necessarie a debellare le malattie che affliggono l'Italia e che hanno incancrenito il nostro sistema produttivo. La ripresa dello sviluppo del Paese dovrà passare, secondo le linee guida impartite dal Governo Berlusconi, anche attraverso un cospicuo ridimensionamento della spesa pubblica, da destinare sia alla riduzione del nostro esoso debito pubblico, sia all'ammodernamento dell'organizzazione dello Stato e al rilancio della competitività.

Rilanciare il Sistema Paese, in questo momento, significa non solo guardare all'oggi, ma anche al domani; investire, dunque, anche in quelle risorse che un domani potranno garantire un cambio di passo ad un Paese, l'Italia, che più di altri ha patito l'onda d'urto della globalizzazione economica e che ora ha un unico imperativo: elevare gli standard di qualità in ogni settore, a partire da quello, delicato, dell'istruzione di quelle giovani generazioni che costituiranno la classe dirigente del futuro. Purtroppo il livello dell'istruzione italiana lamenta, come testimoniato anche dall'Ocse, un deficit che la colloca agli ultimi posti della classifica europea: il sistema di istruzione nazionale, infatti, è stato giudicato troppo costoso rispetto agli scarsi risultati che poi effettivamente produce sugli studenti. Questi ultimi, sempre secondo l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa, si distinguerebbero per le peggiori performance tra i paesi europei.

Ecco perché il Governo Berlusconi, proprio nell'ottica di coniugare efficienza e qualità della spesa, sta portando avanti, per mano del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, un riassetto e un riequilibrio di un istituto, quello dell'Istruzione, che ormai da troppo tempo non sembra più essere al passo con gli altri Paesi del Vecchio Continente. Come mai nei Paesi Ocse, se prendiamo in considerazione i 13 anni del percorso formativo che va dalle elementari alle superiori, si spendono 77 mila dollari ad alunno mentre in Italia arriviamo alla cifra di 100 mila dollari? E ancora, perché l'Italia, pur potendo vantare la presenza di classi meno affollate rispetto ai paesi Ocse, condizione che in teoria dovrebbe agevolare il tasso di istruzione, sforna studenti meno preparati?

La risposta deve necessariamente passare attraverso la valorizzazione dei principi di qualità, responsabilità, efficienza e premialità, principi a cui è ispirata la rivoluzione copernicana che interesserà tutto il comparto pubblico a cui ha dato il via il ministero Brunetta. Il primo tassello, previsto già dalla manovra finanziaria, prevede il taglio, in quattro anni, di 100 mila appartenenti al personale docente e di 47 mila dipendenti amministrativi che non verranno sostituiti dal blocco del turn over. L'anomalia italiana, infatti, consiste proprio nel detenere un esercito di dipendenti della Pubblica istruzione nettamente superiore rispetto, ad esempio, a Paesi come la Germania che, pur avendo 20 milioni di abitanti in più rispetto a noi, ha 200 mila docenti in meno.

La misura del Governo non solo libererà risorse che serviranno a ridimensionare la spesa pubblica, ma consentirà di investire, per una percentuale pari al 30% circa, anche sul personale della scuola, che, sulla base del principio meritocratico, potrà così beneficiare di compensi più elevati. La qualità e la produttività dell'istruzione possono essere incentivate, infatti, da logiche che premino quei docenti che garantiscono più professionalità e competenza e di conseguenza migliori risultati. Gli stipendi degli insegnanti in Italia sono nettamente inferiori a quelli della media Ocse, basti pensare, come ha riferito la Gelmini, che la retribuzione media di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è apri a 27.500 euro lordi annui, contro una media Ocse che supera i 40 mila euro l'anno. La misura del governo, dunque, si inquadra in un ottica di valorizzazione della qualità degli insegnanti nella scuola e di riallocazione di quel personale in eccesso che, come ha sostenuto il ministro dell'Istruzione, potrebbe essere riutilizzato in altre mansioni: per chi è specializzato in materie umanistiche, storiche o artistiche, si potrebbe prospettare un impiego nel campo della valorizzazione culturale ed artistica del nostro Paese, ad esempio nel settore del turismo.

Per la scuola, dunque, è giunto il momento di un cambio di pelle: l'istruzione non dovrà e non potrà più essere organizzata solo in base a chi ci lavora, il personale docente, ma anche e soprattutto sulla base della necessità di dare una prospettiva ai lavoratori del futuro, quegli studenti italiani che ora devono recuperatre il terreno perduto.

! Aurora Franceschelli
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Ragionpolitica, periodico on line n.269 del 24/6/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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