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La partita più importante della LegaLa mission federalista di Bossi tra passato e futurodi Filippo Salone - 27 giugno 2008 Lo «stato dell'arte» della Lega che Umberto Bossi ha descritto in una recente intervista a Repubblica può essere letto da diverse prospettive e secondo differenti unità di misura. Bossi traccia una filigrana perfetta nella disamina dell'attualità politico-sistemica, salvo poi approdare in una perlomeno strana consequenzialità ad una zona grigia in cui, rispetto alla conquista del federalismo, vengono auspicate prossime convergenze a sinistra. Le parole riferite dall'attuale ministro per le riforme offrono quindi uno spunto di analisi da non sottovalutare. Se restiamo strettamente al merito della questione è comprensibile che, come nel ‘96, raggiunto il suo picco elettorale in quanto opposizione a un governo percepito come centralista e fiscalmente oppressivo, il Carroccio rivendichi ora e innanzitutto il compimento integrale del federalismo. Del resto, sin dalla sua origine e in tutti gli anni del suo sviluppo, la Lega ha perseguito, coerentemente con l'articolo 1 del proprio Statuto, che vincola la sopravvivenza stessa del movimento al raggiungimento dell'autonomia dei popoli del Nord, l'obiettivo della riforma dello Stato in senso federale. La missione strategica federalista del Carroccio, quindi, è sempre stata concepita come un totem a cui sacrificare tattiche contingenti e a volte apparentemente in contraddizione tra loro. Dopo il '94, quando il Senatur, all'interno dell'alleanza asimmetrica con Silvio Berlusconi, si accorse di non aver inoculato nel Polo abbastanza federalismo, vi fu una prima trattativa a sinistra, seguita da un brusco ripiegamento dietro la linea del Po, con tanto di proclamazione di secessione. Cavalcando questa utopia e promuovendo una dimensione fortemente simbolica e rituale per il suo movimento, Bossi ha coltivato il duplice intento di rafforzare l'identità leghista e, contestualmente, di tenere al centro del dibattito politico la mistica del federalismo, approdo imprescindibile verso una forma nuova di organizzazione dello Stato. In questa estenuante trattativa con il sistema istituzionale il movimento leghista ha infine rimodulato l'alleanza con il centro berlusconiano per assumersi la responsabilità storica di tradurre in pratica la mission ciclicamente ritualizzata dalle valli di Pontida. Incassata la devolution del 2006, tuttavia, il Carroccio si è dovuto arrestare dinnanzi al fallimento del referendum istituzionale che la sinistra ha ammantato di ideologia retrograda. Due anni dopo, galvanizzata da un roboante successo elettorale e varata una nuova alleanza di governo con il Cavaliere, il refrain non cambia: «La Lega per il federalismo è disposta a tutto», proclamano dalle parti di Via Bellerio. «Questa è sempre stata la posizione della Lega. Lo diceva Gianfranco Miglio tanti anni fa. Il nostro obiettivo è il federalismo. È la nostra missione. La Lega esiste per questo motivo, non per altro. Quindi, come avviene in tutte le zone del mondo per tutti i partiti federalisti, se c'è la possibilità di raggiungere lo scopo senza allearsi con nessuno bene, altrimenti ci si allea. Ma lo si fa con chi in quella fase dà le maggiori garanzie di aiuto nel conseguimento dell'obiettivo. Lo abbiamo fatto con Berlusconi e la CdL per ottenere la devolution. Riconosciamo la lealtà dei nostri alleati, in particolare di Berlusconi, perché l'abbiamo ottenuta. Purtroppo poi è andata come è andata, il referendum l'ha bocciata. Ma questo non significherà la fine della nostra battaglia». Così si esprimeva , con un'enfasi che ricalca punto su punto la recente uscita di Bossi, già lo scorso anno il «moderato» Roberto Maroni. Ed ancora: «Il federalismo è una pratica tutt'altro che archiviata. I tempi sono necessariamente lunghi perché le resistenze sono enormi. Basti pensare che il Belgio, che è più piccolo della Lombardia, ha impiegato oltre cento anni per diventare uno Stato federale. Ma non ci sono altre strade, né la possibilità di fermare questo processo. Più la complessità della società aumenta, più c'è bisogno di ammortizzatori sul piano istituzionale. E il modello federale è esattamente questo. Da settembre si apre una nuova fase e vediamo se ci sono segnali da una parte e dall'altra, valutando nel merito ogni proposta fatta... Questo non significa che la Lega intenda tradire i propri alleati e cercare sponde a sinistra. Vuol dire solo cercare senza pregiudizi né pregiudiziali di raggiungere il nostro scopo: la vera riforma federale». Al di là di ogni speculazione e guardando al prossimo futuro, per il Carroccio il dialogo con il Partito Democratico non è dunque lo scopo, bensì uno dei possibili mezzi. Filippo Salone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.269 del 24/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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