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Europa sogno di saggidi Alexandra Javarone - 27 giugno 2008 Dopo il «no» opposto dall'Irlanda alla ratifica del trattato di Lisbona, il semestre francese alla presidenza Ue si annuncia denso di incertezze. Il Presidente francese, nonostante il diniego, si propone di «rendere l'Europa più attenta ai problemi quotidiani e raccogliere le sfide poste dalla defezione irlandese» (perno di una più ampia crisi euro-istituzionale). Sarkozy, inoltre, intende concentrare gli sforzi su questioni quali immigrazione, sviluppo del settore attinente la difesa e sicurezza energetica, tutto con il primario intento di far fronte alla rinnovata instabilità globale, frutto mediocre della scarsa attitudine a predisporre utili meccanismi di difesa comune. Ebbene, proprio il recente invito statunitense, rivolto allo scarso contributore europeo, aveva già reso urgente un ripensamento repentino delle missioni internazionali all'estero in ambito Ue. L'Europa ha replicato all'istanza annunciando l'aumento delle forze della missione di polizia europea in Afghanistan, l'Eupol, cui organico sarà presto rafforzato da un'unità di 400 uomini. Tuttavia, pur considerando il rinnovato impegno europeo in Afghanistan, la missione Eupol si caratterizza per una serie di storture, dovute a lungaggini burocratiche proprie di un sistema basato su stretti egoismi nazionali. Il nuovo dispiegamento di forze nella missione Eupol costituisce, secondo alcuni studiosi, un segnale positivo, ma un'analisi approfondita delle 11 missioni europee, attualmente in corso, svela le discrasie dell'intero sistema di sicurezza e difesa, riflesso perfetto e perfettibile di un'Europa lontana e quasi esclusivamente istituzionale e base di interessi confliggenti. Il primo cenno alla comune vocazione di difesa europea venne fatto all'articolo 17 del Trattato di Amsterdam (ex articolo j7) che recitava: «La politica estera di difesa comune comprende tutte le questioni relative alla sicurezza dell'Unione, ivi compresa la definizione, a termine, di una politica di difesa comune che potrebbe successivamente condurre ad una difesa comune». Ad Helsinki, nel 1999, furono invece poste le basi per la futura ed eventuale creazione (su base volontaria) di un Catalogo di forze militari, capace di svolgere l'insieme dei compiti affidati dalle missioni di Petersberg. Mentre, nel 2003, con l'Accordo Berlin Plus fu infine sancito un patto di mutuo rinforzo euroatlantico in virtù del quale all'Unione venne garantita la possibilità di far ricorso, «in talune condizioni», agli assetti ed alle strutture Nato «nel caso questa non voglia intervenire» (come avvenne in Bosnia e in Macedonia). Alla lunga serie di dichiarazioni di intenti fece seguito la prima missione europea, Concordia cui seguì, ad un solo anno di distanza, la missione Eufor Althea in Bosnia (subentrata alla missione Nato, Joint Forge), l'Operazione Artemis nella Repubblica Democratica del Congo, l'Eufor Rd Congo del 2006, la missione Eufor in Ciad (in supporto alla missione Onu), Eupol Afghanistan, Eucopps a Rafah ed Eubam presso il valico di Rafah (Gaza-Egypt Border-Crossing). La politica europea di difesa sorge sulle ceneri di una lunga serie di nobili proponimenti teorici, inadatti a superare lo stratificato immobilismo europeo, condensato insolubile di un'infinità di incompatibili visioni individuali. Insomma, come appare evidente, la Nato, nei fatti, fornisce assetti strategici all'architettura invertebrata del sistema europeo di difesa, seguendo il richiamato principio di «forze separate, ma non separabili». Dunque, lo stretto legame esistente fra atlantismo ed europeismo, inizialmente definito alla stregua del fondamento della politica di difesa comune, sancì invero la fine del pragmatismo del sistema difesa, condannando l'Europa ad interpretare un ruolo esclusivamente nominale o semplice contorno alle missioni Nato. Il «ruolo imprescindibile della Nato» appare, allora, il culmine dell'inefficienza della PESD, misura inefficace da opporre alla lunga serie di sfide geo-strategiche che assieme a terrorismo ed immigrazione clandestina coinvolgono più da vicino la popolazione europea. Inoltre, i costi delle missioni EU non sono equamente distribuiti fra i vari attori europei, aspetto cui va poi sommata la difficoltà di «spartire conoscenza tecnico militare o porzioni di sovranità con la schiera dei 27». La questione europea di difesa è, allora, strettamente connessa alla lunga serie dei fallimenti politici dell'Unione: l'inadeguatezza dell'apparato di difesa europea (in parte dovuta a questioni politico-economiche esclusivamente interne) pone in serio dubbio l'effettiva volontà di predisporre un sistema funzionale di difesa comune, tema incompiuto di un più grande e lontano sogno europeo. Eppure superare il diniego irlandese, ponendo le basi per avvicinare le istituzioni europee alle esigenze proprie di un popolo, appare un'esigenza primaria di sopravvivenza, la cui rinuncia produrrebbe un processo inverso di disgregazione politica, capace tramutare l'Europa in un'entità in preda al declino delegittimante. Alexandra Javarone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.269 del 24/6/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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